[N2022R - Testo successivo all'editing] La Torre del Silenzio

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Testo successivo all'editing con @Kikki 


Kaan uscì sul tetto che il sole stava appena sorgendo da dietro le due vette del vulcano. Si fermò a osservare il villaggio di pietra: case squadrate addossate le une alle altre in simmetrie perfette. Il suo sguardo andò oltre, ai campi coltivati, ai canali di irrigazione, alla Torre del Silenzio e oltre ancora. Fino all’orizzonte i boschi ammantavano le colline di un verde che prometteva mistero e avventura.
Tornò a guardare dall’alto i grigi contenitori che chiamavano case. Il cortile della sua abitazione era un quadrato brullo e vuoto. Kaan si incamminò, passando di tetto in tetto, accanto alle botole che costituivano l’unico ingresso degli edifici. Erano pochi a essere già svegli e lo salutarono appena con un cenno del capo. Soffiava un vento fresco, ma presto il sole avrebbe arso quelle terre.
La sua casa era una delle più periferiche, perciò non dovette fare molta strada per raggiungere il limitare del villaggio. Posizionò la scala a pioli e scese a terra dal tetto. Si incamminò verso la Torre del Silenzio, un largo edificio staccato dalle altre abitazioni. Nei campi i contadini erano già all’opera. Restò un istante incantato da una libellula che si sollevò in volo da un canale.
A metà strada incontrò Adem.
– Ti stavo aspettando, amico mio. Buon giorno.
Kaan non ricambiò il sorriso.
– Spero lo sia. Qual è il nostro compito oggi?
– Ieri notte è morta la vecchia Narin. A breve inizierà la cerimonia.
Adem si avviò verso il villaggio, senza attendere risposta, e Kaan gli andò dietro.
– Sai a cosa stavo pensando, Adem?
– Dimmi.
– Non trovi che questa mattina i boschi siano molto belli?
– Lo sono. Potrai ammirarli più tardi dalla Torre del Silenzio.
Sul tetto della casa della vecchia Narin, i due uomini osservarono la cerimonia con religiosa attenzione. Parenti e amici erano radunati attorno ai sacerdoti e pregavano assieme a loro. Kaan e Adem furono gli unici a toccare il cadavere, poiché erano loro a curarsi della Torre del Silenzio. Furono loro, dopo il rito, a caricare sulla barella il corpo spogliato, coperto da un semplice lenzuolo, e portarlo fuori dal villaggio.
Davanti all’ingresso della Torre del Silenzio, lasciarono per un momento la barella a terra e Adem entrò per recuperare un vasetto da una mensola. Conteneva un unguento di erbe aromatiche che i due uomini si spalmarono sotto le narici: l’odore era già nauseante da laggiù. Lo rimisero a posto e tornarono a sollevare la barella.
Dopo una breve rampa di scale, arrivarono all’ampia superficie a cielo aperto. I cadaveri erano disposti in cerchio attorno al pozzo centrale e avvoltoi neri vi stavano banchettando. Gli occhi intelligenti di uno di loro si posarono in quelli di Kaan. Gli uccelli non scapparono: uno di loro urlò, ma nulla più.
– Pensi che ci capiscano?
Kaan posò la barella a terra e sollevò il lenzuolo. Era ancora una bella donna, ma a breve sarebbe diventata cibo per rapaci.
– Di sicuro ormai ci riconoscono, me e te. Forza, dammi una mano.
Presero il corpo della donna per braccia e gambe e lo posarono non lontano dagli altri. Adem indicò poi quello che ora era solo un mucchio di ossa secche.
– Lo scheletro mi sembra pronto, lo possiamo portare alla sua famiglia. Era il buon Emre, è morto numerosi giorni orsono.
Kaan fece qualche passo e si affacciò al parapetto. Adem lo raggiunse, ansimante per la fatica e per il caldo. Non era da lui, ma Kaan non disse niente.
– Vedo che ti piace proprio il bosco, Kaan.
Oltre il suono degli avvoltoi che scarnificano i cadaveri, si sentiva il canto degli uccelli dalla foresta e, alle loro spalle, il vociare del villaggio.
– Diventiamo cacciatori.
– Ormai quasi nessuno caccia più. E in ogni caso solo i più forti possono diventarlo.
– Diventeremo forti.
Adem sorrise.
– Può darsi. Ma nel frattempo dobbiamo continuare a eseguire il nostro compito.
– Lo so, Adem. Ma quanto devo aspettare ancora? Il tempo sembra essersi fermato, da quando mio padre è morto. Mi è concesso almeno sognare?
– Sogna, Kaan, e fallo anche per me, che sono troppo vecchio per farlo da solo. Io ti posso dire che un giorno le cose andranno a posto. Ora, dammi una mano con queste ossa.
Si allontanarono dal parapetto. Lo sguardo di Kaan si posò sui resti di Emre. L’avrebbero portato alla casa dei suoi cari e sepolto. Vi si avvicinò, stando ben lontano dal pozzo centrale dove venivano gettate le ossa dei dimenticati, di chi non aveva più nessuno. Un destino troppo triste a cui pensare.

~

– Padre, consigliami.
Alla luce di un cero, Kaan era in ginocchio su una stuoia nella stanza principale della propria casa, di fronte al teschio dipinto di ocra di suo padre. Il resto delle ossa le aveva sepolte egli stesso sotto al proprio giaciglio assieme ai suoi oggetti più cari.
– Sto seguendo il giusto cammino? Tu cosa faresti, al mio posto?
Guardò la scala a pioli verso la botola sul soffitto, l’unica piccola apertura sul mondo. Ebbe una vertigine quando i suoi occhi si posarono sulle nicchie per le statue votive, sui soppalchi in legno, sul focolare dove brillavano ancora le ultime braci. Il padre gli aveva lasciato un’ottima casa, ma Kaan preferiva l’aria aperta.
– Forse è la domanda sbagliata. Cosa faresti se avessi i miei stessi sogni?
Abbassò la voce.
– Che tipo di persone erano quelli che ti hanno ucciso?
Era morto difendendo le proprie capre: le case periferiche erano anche quelle più vulnerabili agli attacchi delle tribù nomadi, perciò erano state uccise sia le capre sia l’uomo. Kaan era solo un ragazzo quando rimase orfano e senza più sostentamento. La Torre del Silenzio doveva essere una soluzione temporanea, prima di ottenere altro bestiame, ma erano passati anni e il recinto era ancora vuoto.
– Non posso credere che fossero cattive persone. A volte infliggere sofferenza non è forse l’unica scelta che abbiamo? Hai visto cosa abbiamo fatto, padre? Abbiamo abbattuto gli alberi, abbiamo deviato i fiumi, abbiamo arato la terra per coltivarla. Questi erano i loro boschi. Ti supplico, padre, spiegami da che parte sta la ragione.
Sfiorò con l’indice l’orbita del teschio.
– Quando ero un bambino mi dicesti che un tempo non esistevano villaggi e che eravamo tutti cacciatori.
Appese a una parete, le corna di un grosso uro.
– Quello l’ha ucciso tuo padre, vero? Era uno dei cacciatori più valorosi del villaggio, vero? E prima di lui suo padre, in una discendenza di cacciatori sin da quando esistiamo. Vero? Allora che cos’è successo?
La sua voce era cresciuta fino a quasi urlare. Attese, ma nessuno rispose. Spense il cero e si coricò.

~

Mancava pochissimo al tramonto, ma Kaan e Adem avevano un altro cadavere da portare alla Torre del Silenzio. C’erano state quattro cerimonie quel giorno. Adem era esausto e si fermava in continuazione per riprendere fiato.
– Non mi piacciono tutte queste morti. Cosa ne pensi?
– A nessuno piace la morte, Kaan. Men che meno a noi, ché è il nostro lavoro.
– Non intendo che la temo. Se voglio diventare cacciatore, devo imparare a conoscerla in volto. Ma non trovi che oggi sia morta parecchia gente?
– Dunque sogni ancora di cacciare.
– Certamente. Verrai con me?
– Lo sai che avrai sempre il mio appoggio, amico mio.
Arrivarono alla Torre del Silenzio che la luna era già alta in cielo e i grilli frinivano. Accesero una torcia e salirono le scale.
– Tu ne sai qualcosa di questa malattia?
Adem scosse la testa.
– Non mi pongo molti quesiti. Sicuramente non quanto te.
Risero entrambi.
– Che ci vuoi fare? La curiosità fa parte della mia natura. Se non facessi domande alla vita, potrei già stare laggiù, nel pozzo dei dimenticati, ecco come la penso.
– Spero ti sarai anche dato delle risposte. Perché tutto questo interesse nella malattia?
– Perché quella sì che mi fa paura. Morire così non è per niente glorioso. Sono le case che ci fanno ammalare, lo sai? Siamo troppi, e troppo vicini. Secondo te i nomadi si ammalano tanto spesso?
– Sogni di diventare un nomade?
– Chissà.
– Vuoi scappare dal villaggio?
– Chissà.
Kaan alzò lo sguardo al bosco. Non era il solito mare nero sotto le stelle: era disseminato di tante piccole luci rosse.
– Dovresti spegnere la torcia, Adem. Sono loro, i nomadi.
Rimasero con la sola luce del cielo e si acquattarono dietro al parapetto per non farsi vedere.
– Torniamo al villaggio?
– Calmati, Kaan.
– Perché, non ti sembro calmo?
– No. Dovresti sentire la tua voce. Non possiamo tornare, verremmo catturati.
– Non possiamo correre?
– Sono più anziano di te, non corro altrettanto veloce.
– Che cosa facciamo, allora?
– Restiamo qui. Non oseranno avvicinarsi a questo luogo e domattina saranno già andati.
Il tempo passò senza che nulla accadesse: i nomadi non sembravano interessati ad attaccare il villaggio. L’aria della notte era fredda, ma Kaan si sentiva rinvigorito. Si era abituato ormai all’odore di morte e al leggero ronzio dei mosconi e il suo orecchio si tendeva oltre, al canto dei gufi e al fruscio del vento tra gli alberi. Nei suoi occhi si riflettevano lontane costellazioni. Lo colse un senso d’infinito al pensiero che si trattasse dello stesso cielo sotto cui avevano vissuto i loro antenati.
– Da quant’è che non dormivi all’aria aperta, Adem?
L’altro tacque a lungo.
– Non ricordo.
– Secondo te è naturale?
– Cosa intendi?
– Intendo che siamo nati per questo. Per vivere all’aperto, in piccoli gruppi. Non mi sento bene, in mezzo a tutta quella gente. Sono solo, a parte te. Non ho niente, non ho una famiglia e il pensiero di costruirla al villaggio mi terrorizza.
– Comprendo quel che dici, Kaan. Ma non possiamo fare niente, così è la vita qui.
– Andiamocene.
– Vivremmo come i selvaggi.
– Sì, e quindi? Loro sono in armonia con la natura del nostro popolo.
– Il nostro popolo è al villaggio.
– Non siamo forse tutti lo stesso popolo, Adem? Loro sono liberi, la loro casa è dove desiderano che sia, e perciò è ovunque. La vera ricchezza è questo, non l’accumulo di beni materiali. E poi...
Adem sollevò una mano.
– Taci un istante.
– Che succede?
– Ascolta. Presta attenzione, lo senti questo suono?
Kaan aggrottò le sopracciglia, poi i suoi occhi si illuminarono e trattenne a fatica un sorriso.
– Sono flauti, e canti. Che sia la musica dei nomadi?
Restarono a lungo in ascolto senza proferire parola, cullati da melodie scritte da intelligenze cresciute nei boschi. Kaan sentì il petto riempirsi di un sentimento grandioso, il sentimento di casa.
– Ti prego, andiamo, Adem.
Kaan era certo di vedere l’amico sorridere.
– Ti prego, Adem. Non ci accoglieranno, lo so. Siamo il nemico per loro, lo so. Ma non pensi che possiamo cavarcela, io e te? Possiamo viaggiare, ben oltre il limite a cui si spingono i nostri cacciatori, fin dove i nomadi migrano in inverno e anche oltre. Impareremo a sopravvivere nella foresta e allora forse otterremo il loro rispetto. E allora forse...
Adem lo interruppe.
– Sono troppo vecchio per queste cose. Ma se è il tuo sogno, allora verrò con te, poiché le tue parole mi fanno tornare ragazzo, amico mio.
Fece una breve pausa, poi aggiunse:
– Fratello.

~

Kaan e Adem posarono la barella accanto agli altri cadaveri e sollevarono il lenzuolo.
– È terribile.
Disse Kaan, distogliendo lo sguardo. Il corpo dell’uomo era quasi irriconoscibile. Lunghi graffi e morsi ne incidevano il petto, il braccio sinistro era stato strappato via e la testa, maciullata, pendeva mollemente da un lato.
– Cosa può essere stato?
– Non lo so, Kaan, una qualche bestia che vive nei boschi. Ma adesso c’è un cacciatore in meno al villaggio e, visto come è morto, dubito si faranno avanti in molti per sostituirlo, poiché è molto più sicuro allevare bestiame mansueto. È la tua occasione.
– Sì...
– Mi sembri meno determinato.
Kaan tacque.
– Kaan, ascoltami. Ti conosco, so quanto credi al tuo sogno, e questa è la migliore opportunità che ti possa capitare. Diventa un cacciatore per il villaggio, guadagna onore, trovati una bella moglie e costruisci una famiglia. Non ha senso continuare a giocare a sognare la fuga.
Kaan non lo aveva mai visto così serio.
– Hai ragione, non sopravvivremmo un giorno là fuori, da soli. Ma se i cacciatori del villaggio non mi accettassero? E poi, non vuoi conoscere la cultura della gente del bosco?
– Noi siamo nati qui, non potremo mai diventare come loro. Loro...
Adem si interruppe e prese a tossire con violenza. Kaan gli posò una mano sulla schiena.
– Tutto bene, amico mio?
La sua fronte era madida sotto al sole cocente.
– Sì, sì. Forza, aiutami a spostare questo cadavere.
– Questa torre ti sta facendo male. L’aria non è sana qui.
– È il mio posto.
– E se scappassimo? Là fuori ci sono meno malattia e più libertà.
– No. Là fuori si vive tutti i giorni con l’ansia di fare la fine che ha fatto quest’uomo. Non possiamo nemmeno immaginare i pericoli che ci sono, non sappiamo quanti di quei nomadi muoiono a causa di bestie che noi neanche abbiamo mai visto.
– Almeno muoiono con gloria.
– Questo è morire con gloria?
Adem indicò la poltiglia di carne che una volta era stata una persona con pensieri ed emozioni.
– Secondo te cosa fanno con i loro morti?
Kaan sviò il discorso.
– Non lo so.
– Secondo me non è troppo diverso da quello che facciamo noi. Semplicemente, non hanno bisogno di una torre o di un luogo preciso, no?
– Non lo so.
Quel giorno Adem non sembrava avere molta voglia di fantasticare.
– Senti, Kaan. Ho visto la paura nei tuoi occhi. Non vergognartene, sii onesto con te stesso. Io so che questo è il luogo in cui passerò la mia vita.
Tossì ancora, poi cadde sulle ginocchia.

~

Per la morte di Adem la cerimonia fu semplice. Non aveva nessuno in vita, perciò tantomeno nella morte. La sua casa restò vuota, visto che non aveva lasciato discendenti. Kaan andò personalmente a disseppellire le ossa degli antenati di Adem da sotto il suo giaciglio per portarle al pozzo dei dimenticati. La casa sarebbe stata affidata a una nuova famiglia, giovane e operosa, che avrebbe generato numerosi figli e nipoti.
I giorni passavano tutti uguali per Kaan. Faceva sempre più freddo, i nomadi abbandonarono i territori di caccia vicino al villaggio e si spostarono a sud. Kaan li lasciò andare.
Senza particolare emozione, un giorno si accorse che le ossa di Adem erano pronte per essere spostate. Il suo amico viveva ora nella pancia degli avvoltoi. Guardò corrucciato le pitture sul parapetto della torre. Rapaci che volavano sopra ai corpi di uomini senza teste.
– Ti vedo cambiato, amico mio.
Gettò le sue ossa nel pozzo.
– Anche io lo sono. Ti ho sempre rispettato, mi hai insegnato così tanto. Avevamo ancora molto di cui parlare, ma immagino dovesse andare così.
Dell’amico salvò solo il teschio: l’avrebbe dipinto e deposto nella propria abitazione accanto a quello del padre, per continuare quei dialoghi che avevano spezzato la sua solitudine.
– Ti chiedo scusa, Adem, non mi hanno preso come cacciatore. Lo è diventato un uomo più giovane, più forte, più coraggioso, più popolare, di una famiglia più ricca. Un giorno anche le mie ossa finiranno laggiù con le tue. Il mio spirito, non so. Ho sempre creduto che la morte fosse un destino migliore della vita, ma sto iniziando a dubitare.
Si sedette con le gambe penzoloni sul pozzo e senza esitazione guardò giù.
– Vedo chiaramente il sentiero tracciato. Prenderò il tuo posto, e insegnerò a qualche altro reietto come prendersi cura dei morti. La Torre del Silenzio tratterrà i nostri spiriti e i nostri corpi durante la vita e dopo. La mia casa andrà a qualcun altro, come la tua. Dei ricordi di mio padre non ne sarà più nulla, né dell’uro ucciso da mio nonno, né delle memorie dei nostri antenati. Ma non temere, perché avevi ragione: un giorno le cose andranno a posto. Anche questo villaggio non sarà più, sostituito da altri più grandi, e nessuno vivrà più nei boschi. Dimenticheremo la nostra storia e le melodie coi flauti delle foreste, così come noi abbiamo dimenticato come difenderci dagli animali che stanno là fuori. Quanto siamo disposti a perdere prima di renderci conto che non ne vale la pena?

~ Çatalhöyük, 9300 BP
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