[MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Terza traccia: Il segreto.

commento: C18
― Mi dispiace darle questa incombenza, don Fabrizio.
― Non si faccia scrupolo eccellenza, ci mancherebbe ― rispose il prete seduto davanti alla scrivania del suo vescovo.
― Il fatto è… lei saprà, che dobbiamo chiudere il convento di santa Jela.
― Lo conosco di fama. Un rimasuglio del passato.
― In effetti fu fondato mille anni fa. La struttura è fatiscente ma con dei fondi appositi possiamo ristrutturarlo.
― Per fondare un altro convento?
― Ma ci mancherebbe! Stiamo abolendo e buttando fuori tutti i vecchi ordini di monaci e monache di clausura! Aria! Bisogna uscire dalle vecchie mura e buttarsi in mezzo alla gente, impregnarsi dell’odore delle pecore, darsi al sociale. L’idea è di farne un convitto, un ostello.
― Ottima idea. Almeno si guadagna qualcosa.
― A parte il guadagno, abbiamo un problema. Dentro al convento ci sono ancora una mezza dozzina di vecchi frati. Non possono essere utili nella società moderna, che nemmeno capirebbero. Perciò ho deciso, sia pure a malincuore, di ricoverarli in un ospizio apposito.
― Volete che me ne occupi io?
― Sì. Siete il più affidabile e portato per queste cose.
Don Fabrizio chinò con deferenza la testa.
― Quando devo agire?
― Prima di agire, ecco l’incombenza di cui le parlavo, lei dovrebbe recarsi al convento in veste di confessore.
― Confessore? Sono anni che non confesso.
― Lo so. La direzione del seminario l’assorbe molto a quanto pare, nonostante la scarsità di vocazioni.
― Consideri anche gli allievi esterni…
― Considero tutto don Fabrizio. Le assicuro che considero tutto.
Nel dire queste parole il vescovo lanciò un’occhiata penetrante sul viso del prete, che arrossì e accavallò le gambe.
― Dovrà confessare un vecchio frate malato da tempo. Veramente non muore mai, gli è già stata amministrata diverse volte l’estrema unzione in questi ultimi due anni, ma è sempre lì. Quando se ne sarà andato potremo trasferire gli altri frati.
― Si tratta del priore?
― Non hanno priore. È un frate quasi centenario, un semplice frate, molto rispettato. Con la scusa della confessione si accerti come sta, come la pensa, come la pensano gli altri frati, se sono propensi a trasferirsi dopo la morte del loro confratello. Se ancora non li ho fatti sgombrare è solo per una sorta di…
― Pietà?
― Rispetto. Vada, sondi il terreno e mi faccia sapere.
Don Fabrizio tornò al seminario. Era scocciato da questo incarico e non gli era piaciuto lo sguardo del vescovo; sicuramente sapeva qualcosa, ma difficilmente lo avrebbe accusato di alcunché. Sapeva di essere uno dei preti più brillanti della curia e personalità molto più in alto del vescovo, religiose e laiche, lo avevano in particolare considerazione.
Sentì bussare alla porta della sua camera; un tocco leggero, timido, che riconobbe con un tuffo al cuore, misto di ansia e di gioia. Andò ad aprire.
Il convento di santa Jela, un ammasso di mura scalcinate, sorgeva all’estrema periferia della città, circondato da prati rinsecchiti, rifiuti di ogni genere, file di condomini grigi e fatiscenti con lo sfondo di un cielo grigio da fine del mondo conosciuto. Intorno una rete di strade piene di fossi che a tratti apparivano sterrate. Parcheggiò a malincuore la macchina adiacente a un muro sbrecciato che tagliava a metà le mura del convento, immergendola in mezzo a delle erbacce.
Venne ad aprirgli un frate che sarebbe apparso bene in una stampa di secoli addietro, in un paesaggio dove incombeva la peste, talmente appariva emaciato, sporco e dolorante.
Don Fabrizio si presentò e il frate lo guidò, zoppicante, attraverso un corridoio che sbucava in un patio con un cortile interno e un pozzo centrale, un angolo che un tempo doveva essere stato fiorente a giudicare dalle numerose siepi incolte e stentati alberi da frutto.
― Avevamo anche un orto, ma è faticoso tirare l’acqua dal pozzo per annaffiarlo… ― disse il frate con una voce cantilenante.
― Non avete l’acqua corrente?
― No. Ce l’hanno tolta. Sia fatta la volontà di Dio.
Attraversato il patio entrarono sotto un lungo portico che si perdeva in altri portici più avanti. Salirono delle scale di pietra arcuate dal cammino dei secoli, attraversando un lungo corridoio buio.
― Ma perché non accendete la luce?
― Ce l’hanno tolta. Sia fatta la volontà di Dio.
Davanti a una vecchia e pesante porta borchiata, che starebbe stata di lusso se restaurata in qualche facoltosa villa, il frate si fermò umilmente.
― Qui c’è frate Jordano. Sa che è venuto un confessore e noi tutti ringraziamo il vescovo per averci fatto questo dono. Noi non siamo sacerdoti e non possiamo confessarci.
La stanza era piccola, con un letto, un tavolo, una sedia e un attaccapanni. Sul letto stava disteso un vecchio frate dalla lunga barba bianca.
― Questa è la volta buona padre ― disse vedendo il prete.
― Mi dispiace che dopo, tutto questo sparirà per sempre. ― Indicava in alto e intorno a sè.
― Non tanto per me, ma per i miei fratelli. Sia fatta la volontà di Dio. Questa è la volta buona padre.
― Perché dici che è la volta buona?
― Sto per morire padre. Sono un peccatore e vorrei confessarmi.
― Sono qui per questo.
― Ancora di più peccatore perché una cosa non l’ho mai confessata prima. Peccatore per sempre. Perché non si siede e non si mette la stola, padre?
― Ah! Certo.
Don Fabrizio si sedette con circospezione sulla sedia indossando la stola viola. Dopo i generici preliminari, che gli venivano in mente a stento, il prete fece delle domande specifiche sul genere di peccato che il frate asseriva di aver commesso.
― Concupiscentia pater.
― Concupiscentia!
― Indegnamente mi sono cinto del cordone. Ho ingannato tutti, ho ingannato Dio.
― Non piangere. E raccontami.
― Sono in questo convento da ottanta anni, padre.
― Quanti anni hai?
― Novantatre.
― Ma…
― Sono entrato a tredici anni.
― Continua.
― Dopo pochi anni, nel cortile dei novizi ne vidi uno che leggeva le Scritture. Non dovevo guardarlo, ma non potei farne a meno. Era un angelo. Il sole scendeva a illuminarlo sotto il patio, sembrava chiamarlo in cielo. Io rimanevo incantato a guardarlo.
― E poi?
Il cielo lo chiamò davvero alla fine. Si ammalò e morì.
― Non capisco…
― Mi ammalai anche io per il dolore ed ero contento, perché così speravo di raggiungerlo e ritrovarlo. Ma guarii. Allora andavo sotto il patio, nel punto esatto dove il novizio si sedeva a leggere e aspettavo che il sole scendesse su di me, come era sceso su di lui. Il sole sulla mia pelle, che era stato sulla sua pelle, quel calore che lui aveva provato, che anche io ora provavo, che mi entrava dentro come un balsamo, che mi scioglieva l’anima, che mi inebriava, mi faceva svenire… Ero con lui padre, capisce? Ero con lui. Volevo essere con lui. Sono andato tutti i giorni sotto il patio, per tanto tempo. Poi ho smesso.
― Perché?
― Perché non era giusto padre. Lo so. Ma ho peccato. Non l’ho mai detto, neanche in confessione. Peccato mortale. Ho cercato di punirmi. Feci voto di non uscire più dal monastero, ho messo il cilicio che mi lacera le carni ed è troppo poco, ho passato intere notti per anni prostrato davanti al Santissimo, interi giorni a digiuno e in preghiera. Per tanti lunghi anni. Ma è niente davanti al mio peccato, al mio silenzio. Merito l’inferno padre!
― Dunque questo è il tuo... peccato?
― Si padre. Sono perduto! Sono un peccatore! Mi dispiace aver ingannato tutti!
― Tu… Voi un peccatore! Voi un peccatore!
Don Fabrizio cadde in ginocchio davanti al frate, con gli occhi pieni di lacrime. Sollevò la mano tremante e disse ― Ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Pater, et Filii, et Spiritus Sancti... Amen.
Frate Jordano sorrideva estatico, gli occhi che già vedevano oltre.
― Dio mi assolve!
― Dio non vi ha mai condannato padre! Vi prego di intercedere per me quando sarete davanti a Lui. Io sono un peccatore! Non siete voi! Prenderò il vostro posto, padre. Non mi basterà tutta la vita per espiare! Che Dio abbia pietà di me!

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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@Alberto Tosciri  Un racconto semplice e lineare, anche nella sua struttura, con poche descrizioni a fare da ponte tra due lunghi dialoghi. Il benedetto limite di caratteri non permette infatti di alternare dialoghi e descrizioni nel modo più equilibrato e bisogna sempre scegliere se fare spazio alle parole dei protagonisti o parlare al posto loro. 
È semplice anche il confronto tra il prete e il vecchio frate, dove il secondo è cresciuto lontano dai vizi del mondo e ha una diversa concezione del peccato. Mi piace il fatto che il “peccato” di frate Jordano e quello di Don Fabrizio (che sei stato bravo a mostrare senza mostrare) nascono, in fondo, dallo stesso seme. Resta così più facile pesare i due personaggi. 

Una buona lettura, grazie.

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Alberto Tosciri ha scritto: Con la scusa della confessione si accerti come sta,
Ciao Alberto, davvero bello il tuo racconto! 
Comincio dal segnalarti le sviste, come quella qui sopra: hai dimenticato un "di". "Sì accerti di come sta"
Alberto Tosciri ha scritto:
Sentì bussare alla porta della sua camera; un tocco leggero, timido, che riconobbe con un tuffo al cuore, misto di ansia e di gioia. Andò ad aprire.
Il convento di santa Jela, un ammasso di mura scalcinate, sorgeva all’estrema periferia della città
Qui c'è un cambio di scena e un salto temporale abbastanza importante. Lo avrei evidenziato di più a livello grafico, mettendo uno spazio o due tra i paragrafi.
Alberto Tosciri ha scritto: Ancora di più peccatore perché una cosa non l’ho mai confessata prima
"È una cosa che non ho mai..."

Però ecco, a parte queste minuzie, devo dire che il tuo racconto è molto ben scritto.
E anche costruito bene, in maniera semplice e diretta.
I personaggi sono molto ben delineati, soprattutto il vescovo, con il suo essere più una specie di "manager" o di "politico' che un uomo di chiesa, e il vecchio frate. 
Ho molto apprezzato come ci hai fatto capire che il protagonista trasgredisce al voto di castità senza dircelo esplicitamente.
L'unica pecca che forse ci vedo è che la storia non è delle più originali, compreso il finale che è ampiamente prevedibile. 
Tanto che a tratti ho avuto come l'impressione di avere a che fare con qualcosa di già letto in precedenza.
Però è davvero molto ben costruita. Bravo!

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @Kuno 
Ti ringrazio per la lettura e il commento, era da un po' che non ti vedevo...
Il limite dei caratteri per me è stato sempre troppo limitante, ho difficoltà per i racconti, ma così è.
Avrei voluto scrivere e descrivere davvero molto di più, perchè c'è molto da dire, comunque pazienza, mi piace partecipare anche per scambiare quattro chiacchiere.
In quanto al peccato dei due religiosi, San Paolo è stato molto chiaro nelle sue lettere, non ci potrà essere perdono o comprensione senza il pentimento, il totale cambiamento della propria vita, come in effetti sarà per il religioso che è davvero un peccatore, il frate è solo un'anima candida in preda alla disperazione, per me è già perdonato in partenza.
(Per restare sul fatto che quel peccato nasca dallo stesso seme, se vogliamo).
Non sempre è piacevole descrivere di queste situazioni e mi rendo conto che al giorno d'oggi un uomo intransigente come San Paolo non piaccia molto. Ma analizzando la sua vita, si capirebbero molte cose.  Infatti è il mio santo preferito.

Grazie @ScimmiaRossa 
Condivido le tue notazioni, mi sono molto utili e anche il fatto che la storia non sia delle più originali,  ci sono molte storie del genere, ambientazioni varie, e  inoltre avevo scritto qualcosa di simile nel WD, nel lontano 2009.
ScimmiaRossa ha scritto: Ho molto apprezzato come ci hai fatto capire che il protagonista trasgredisce al voto di castità senza dircelo esplicitamente.
Quanto mi avvicino a questi paraggi sono sembre bravo a divincolarmi. 
Ti ringrazio per l'apprezzamento.  

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Alberto Tosciri ha scritto:
Sentì bussare alla porta della sua camera; un tocco leggero, timido, che riconobbe con un tuffo al cuore, misto di ansia e di gioia. Andò ad aprire.
Il convento di santa Jela, un ammasso di mura scalcinate, sorgeva all’estrema periferia della città, circondato da prati rinsecchiti, rifiuti di
Ti consiglio tre puntini di sospensione dopo "aprire", per far capire anche  il cambio scena.
Alberto Tosciri ha scritto: Noi non siamo sacerdoti e non possiamo confessare confessarci.
Possono confessarsi, quello che non possono fare è confessare gli altri.
Alberto Tosciri ha scritto: ― Questa è la volta buona padre ― disse vedendo il prete.
Prima del vocativo, ci va la virgola.
Alberto Tosciri ha scritto: ― Perché non era giusto padre.
Idem
Alberto Tosciri ha scritto:
Merito l’inferno padre!
Idem
Alberto Tosciri ha scritto: ― Dio non vi ha mai condannato padre
Idem
(per farteli trovare meglio, te li ho elencati tutti)

Caro @Alberto Tosciri   :)

hai scritto un racconto profondo, su quanto possano essere diverse le "pesature" dei peccati fatte in proprio, tra un individuo e l'altro.
Di come uno può valutare un suo peccato, oggettivamente veniale, un'inezia, in modo sproporzionato, e un altro, viceversa,
ignorare il suo gravissimo peccato.
Ma la coscienza, che tutti abbiamo, non ci fa sconti. A volte dorme, ma prima o poi ci fa sbattere la faccia sull'evidenza dei fatti.

Bravo come sempre, Alberto!
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @Alberto Tosciri
il tuo racconto è molto scorrevole e i sottintesi affiorano facilmente in superficie, gratificando il lettore.
Sfiori diversi temi importanti, lasciando a chi legge collegamenti e riflessioni, senza dare l'impressione che manchi qualcosa.
Hai già ricevuto le segnalazioni per i refusi.
Il finale devo confessarti che non mi piace. Trovo veramente inverosimile l'introspezione con tale profondo ravvedimento del prete, quasi disperato, al cospetto del peccato del frate.
Secondo me è troppo forzato e troppo in contrasto con l'immagine che si è delineata fino a quel momento.
Nel complesso lo ritengo un buon racconto.
Alla prossima
Non cedere al disincanto, vivi i tuoi sogni credendoci fortemente.
Monia

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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ciao @Alberto Tosciri . Mi è spiaciuto veramente non essere tra voi a questo contest... Ho avuto problemi seri, per fortuna risolti.

Io sono stato un anno a studiare dai frati francescani a Bonorva. Un vecchio convento adattato per ospitare noi ragazzi "abbandonati" ma non da Dio.
Ogni giorno si pregava due volte alla mattina e alla sera. I frati sapevano tutto di noi anche perché erano i nostri confessori. Secondo te quale peccato avremmo mai potuto confessare noi dodicenni, a parte gli atti impuri? :facepalm: A fine anno scolastico me ne andai via perché ebbi paura che mi volessero far diventare frate, e a me , piaceva la vita, anche se la vedevo come un carcerato.  Mi sono rimasti nel cuore. Tanti erano ricchi e aveva messo a disposizione tutti gli averi per la confraternita. Credo che i francescani siano la parte migliore di quel che rimane del mondo religioso. Hai scritto un racconto che all'inizio mi ha preso. Poi, con il finale, mi sono domandato: cosa è questo finale? Secondo me ne avevi uno migliore. Forse non hai voluto calcare la mano. Con i tempi che viviamo, ci sono persone troppo ignoranti per capire cos'è la vita chiusi in un convento, e su come la potrebbe pensare uno che vi è stato dentro. Comunque, sfoderi la tua solita verve, ma forse il finale andava pensato. A parte che, quasi ho creduto che il vecchio frate, avrebbe confessato che non lo era neanche, un frate. Chissà perché ho pensato questo. Ciao a si biri... (y)

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @Poeta Zaza 
Ti ringrzio per la lettura e il commento e per avermi segnalato gli immancabili errori che puntualmente faccio; devo rivedere e correggere.
Ti ringrazio anche per l’apprezzamento, sempre gentilissima.

Grazie @Modea72 @
Ti do ragione per il finale, che avrebbe avuto bisogno di maggiori spiegazioni e approfondimenti. Lo spazio e il tempo negli MI sono sempre categorici.

Ciao @bestseller2020 
Spero vada tutto bene.
Anche io ho avuto a che fare con i frati, sia pure non in maniera diretta, ma fin da sempre li ho ammirati, sono cresciuto con le loro storie e con le vite dei loro santi. Mi è rimasto però un profondo vuoto nel cuore, un desiderio inappagato, non ascoltato a sufficienza…
Ti do ragione che in fondo il finale del racconto non è grande cosa, mi ostino sempre a voler condensare tutto quello che voglio dire nello scarso spazio degli ottomila caratteri.
Come dici tu, ne sono accadute di storie di frati che poi alla fine si veniva a scoprire che non erano frati, in alcuni casi storie molto interessanti.
Ho lasciato i puntini di sospensione circa un desiderio inappagato.
Questo rende l’idea. Mi da sempre tanta forza vederlo.

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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@Alberto Tosciri 
L'atmosfera e il prologo del tuo racconto mi sono piaciuti molto, anche se ammetto di aver fatto fatica a seguire i dialoghi.
Anche durante l'incontro di frate Jordano con il suo confessore ho avuto qualche incertezza nell'attribuire le parti di dialogo alla persona giusta. 
Anche a mio avviso il finale é precipitoso pur essendoci qualche avvisaglia nella prima parte.

Trovo meravigliosa e romanticissima la tua descrizione dell'amore mancato, come anche ho apprezzato moltissimo tutto l'ambiente attorno al monastero senza acqua e senza luce.

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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@Alberto Tosciri ciao!
Temi banali no, eh?
L'omosessualità sotto le sacre vesti...  argomento bello tosto.
Sentimento contrastante su questo tuo pezzo: è come se mancasse qualcosa. Come se il cuore del racconto si perdesse, annacquato da un contesto troppo ampio. Tutta la parte iniziale di colloquio mi sembra non funzionale al racconto. Magari, per contestualizzare la missione di Don Fabrizio, si poteva attivare un breve ricordo (se fosse stato frate Fabrizio a ricordare mentre indossava un cilicio?) e lasciare un po' più di spazio alla confessione e al pentimento, il vero cuore del racconto.

Non so, questo mi sento di condividere.

Ciao!

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Grazie @Almissima 
Naturalmente il racconto, oltre a essere più lungo necessita di ulteriori ritocchi. Non mi piace molto scrivere o riscrivere con il tempo contato...  :)

Grazie @L'illusoillusore 
L ha scritto: Temi banali no, eh?
Ti giuro che talvolta ci ho provato. Ma è iniziata con due bambini che giocavano in un cortile per arrivare alla fine che in realtà erano il Bene e il Male che si contrapponevano sotto forma umana...  :D

Ti do ragione che al racconto manca qualcosa, praticamente tutto. Il contesto, ambientazione e personaggi non riesco a condensarli e molto si perde o diventa incomprensibile.
Vabbè, la prossima cercherò di sforzarmi di più.
Ciao

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Alberto Tosciri ha scritto: Venne ad aprirgli un frate che sarebbe apparso bene in una stampa di secoli addietro, in un paesaggio dove incombeva la peste, talmente appariva emaciato, sporco e dolorante.
Immagine manzoniana. Bella!
ScimmiaRossa ha scritto: Qui c'è un cambio di scena e un salto temporale abbastanza importante. Lo avrei evidenziato di più a livello grafico, mettendo uno spazio o due tra i paragrafi.
L'ho notato anch'io e concordo

Il racconto mi piace molto è ben articolato, ottima la cura di tutta la parte non detta, ogni cosa emerge in modo chiaro e inequivocabile.
Alberto Tosciri ha scritto:
Sentì bussare alla porta della sua camera; un tocco leggero, timido, che riconobbe con un tuffo al cuore, misto di ansia e di gioia. Andò ad aprire.
tra le varie frasi, questa è quella che più di tutte rende "onore" al non detto.


Per questo testo sarebbero tutti complimenti, eppure, mannaggia, trovo una nota stonata nel finale, non per la tua scelta di fare fenire il racconto in tal modo, ma perchè passi dal suggestivo non detto al "detto tutto, chiaro e tondo". Secondo me, avresti dovuto mantenere la stessa magia che hai messo in atto per tutto il racconto anche nella chiusura. Lasciando intuire il futuro scelto dal confessore pentito per la vita che ha condotto fino a quel momento. 
Resta comunque un bel testo! Pone sotto gli occhi del lettore la propria misura della morale, del sentimento, del peccato. Ognuno di noi proporziona quest'ultimo alla propria idea di colpa (in tutti gli ambiti, e non solo nella sfera intima). Al confessore vengono aperti gli occhi non tanto perchè non sapeva ciò che aveva commesso,  ma perchè comprende l'evoluzione tra il pensiero antico e quello della vita attuale (la stessa vita alla quale i frati del monastero non sarebbero riusciti ad adattarsi). Si è abbassato il livello di tolleranza verso se stessi usando per metro di paragone con gli altri. C'è sempre chi fa peggio di noi, ed è così che ci definiamo migliori degli altri. Nessun giudizio, dico solo che troviamo molte scuse per perdonarci ogni tipo di peccato anche il più semplice, o veniale che sia, a danno del vivere "civile" (che esula perfino dalla religione stessa).
La scrittura è ineccepibile, nessun inciampo, nessun dubbio, grande coerenza. Fossi in te proverei a migliorare il finale, il tuo racconto lo merita. 

Grazie per l'interessante lettura. 

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @Adel J. Pellitteri e grazie.

Mi ero ripromesso di non intervenire più nel forum per un po’ di tempo, e così farò, ma non posso esimermi dal rispondere a MI scritti in precedenza, non potevo fare finta di niente a un commento gentile come il tuo.
Spero questa risposta non ti sembri troppo strana.  Mie fissazioni chiaramente, non farci caso.
Il fatto è che spesso nei racconti ci metto il mio modo di pensare, le mie idee sul mondo e sulla vita con integrazioni di filmati in quanto intendo la Narrativa un’arte a tutto tondo con anche inserimenti e suggestioni esterne.
Ma si tratta di idee che esternate in altre sezioni non godono di grande favore, nel migliore dei casi vengono ridicolizzate, demonizzate e mistificate.
Ho vinto il primo Labocontest con il racconto, inventato ma su basi reali, della fucilazione di un ragazzino nazista, e nessuno mi ha maledetto. Se ne parlo in altre sezioni tutti a darmi addosso…
Scusami, sono amareggiato.
Condivido le tue notazioni, mi sono molto utili. Come in questo caso, dove il peccato, che non metto tra virgolette perché di peccato si tratta, con il pensiero o con le azioni, non ha nessuna scusante per me. Il confessore è un grande peccatore, lo sapeva e davanti alla convinzione del vecchio frate di essere lui un peccatore, quando in fondo si tratta solo di un pensiero ingenuo, si rende conto in pieno delle sue azioni e fa ammenda, decidendo di cambiare il corso della sua vita.
Certo, ci sarebbe voluto maggiore spazio o uno davvero bravo nel sintetizzare questi enormi dilemmi e sentimenti.
Ti ringrazio ancora per il tuo intervento e per le belle parole sul racconto e sulla scrittura; mi hanno fatto piacere e mi hanno fatto vedere le cose in maniera diversa.

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Alberto Tosciri ha scritto:
Il fatto è che spesso nei racconti ci metto il mio modo di pensare, le mie idee sul mondo e sulla vita con integrazioni di filmati in quanto intendo la Narrativa un’arte a tutto tondo con anche inserimenti e suggestioni esterne.
Ma si tratta di idee che esternate in altre sezioni non godono di grande favore, nel migliore dei casi vengono ridicolizzate, demonizzate e mistificate.
Ho vinto il primo Labocontest con il racconto, inventato ma su basi reali, della fucilazione di un ragazzino nazista, e nessuno mi ha maledetto. Se ne parlo in altre sezioni tutti a darmi addosso…
Scusami, sono amareggiato.
Posso immaginare, ma da quando in qua uno scrittore si lascia intimidire da chi non la pensa come lui? Capisco che la cosa possa ferire, ma per cento che ti danno contro ci sarà sempre almeno uno che invece apprezza le tue parole e i tuoi pensieri. L'uno non vale forse cento? Per me sì. Ho imparato che la propria esperienza fa nascere in noi giudizi e pregiudizi, non tutti abbiamo incontrato le medesime persone e vissuto la medesima esperienza e pur vivendo esperienze simili ognuno reagisce in modo diverso, e anche questo fa la differenza. Quando si dice "la storia siamo noi" per me si intende che la stessa storia è diversa per ognuno di noi. In bocca al lupo per tutto e "non ragioniam di lor, ma guarda e passa". Tra l'altro il rispetto delle idee altrui non è forse la bandiera che sventola sulle nostre teste? Perchè mai, invece, pare non sia mai così? Perché dare addosso a chi si esprime in base al proprio vissuto? Non lo capitò mai.

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @Alberto Tosciri ,
quando stasera ho dovuto cercare un racconto da commentare per la mia partecipazione al MI, sono andata apposta a cercare un tuo racconto.
E sai perché? Perché mi sono sempre piaciuti molto e mi pare di non averlo mai nascosto.
Solo dopo ho letto di sfuggita che vorresti auto escluderti, quindi scrivo con la consapevolezza che magari leggerai questo commento fra settimane, mesi, o forse mai. Pazienza, sono abituata a scrivere sapendo che potrei non avere risposta (la persona a cui ho dedicato il mio romanzo ha ricevuto una copia omaggio e non mi ha neanche scritto per ringraziarmi, per dire).
Comunque, parliamo del tuo racconto.
A me è piaciuto e ho trovato logico anche il finale. Anch'io sono stata per tanti anni a contatto con il mondo ecclesiastico (anche se non proprio quello dei frati nello specifico) e sono abituata ad aspettarmi di tutto, perfino delle conversioni improvvise, in un senso o nell'altro, da parte di persone molto devote o che si supponeva fossero tali. Per cui non mi sono stupita, anzi ho ammirato l'aura di misticismo che si sprigionava dalla figura del frate anziano.
Ho un paio di dubbi, specifici e poco rilevanti, giusto per capire meglio.  Il primo riguarda la formula dell'assoluzione. Cioè, adesso la formula viene detta in italiano, non in latino, per cui devo supporre che la storia sia ambientata in un periodo preconciliare? Oppure viene fatto un riferimento specifico all'epoca in cui è ambientato il racconto e io non me ne sono accorta?
Il secondo riguarda la scena iniziale, il dialogo fra vescovo e don Fabrizio. Non so, rileggendo mi sembra che abbia una connotazione un po' "cinematografica", nel senso che non so se i dialoghi di questo tipo si svolgano in questo modo, per cui ti chiedo solo se sai che possa essere uno scenario plausibile (magari hai conosciuto un vescovo che ti ha spiegato come funzionano questi contatti), o se lo hai ideato tu di sana pianta. In ogni caso, è efficace, il vescovo è abbastanza antipatico già da queste poche frasi. 
Certo, il tema è delicato, ma mi sembra che tu lo abbia trattato con la perizia e l'attenzione che ti contraddistinguono. Proprio perché ne parli facendo intuire ma senza bisogno di dire più del necessario. Che mi pare un elemento importante per un bravo scrittore: avere la capacità di riuscire a pesare le parole senza dover andare troppo oltre, senza eccedere in troppe spiegazioni. 
Il linguaggio è sempre azzeccato, non evidenzio nient'altro, e comunque mi sono sembrate sviste da poco.
Un giudizio ancora una volta positivo, per quanto possa essere utile.  :)
Tanto la notte capirà: http://www.argentovivoedizioni.it/scheda.aspx?k=capira
"Anna, non fare come quelle band che mi parlano del loro secondo disco quando devono ancora pubblicare il primo!" (cit.)

Re: [MI 173] Il peccato di frate Jordano

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Ciao @pale star 
Ti ringrazio tanto per aver scelto di commentare un mio racconto e per il tuo apprezzamento.
Sì, per un po' ho deciso di autoescludermi dal forum e di conseguenza anche dalla Narrativa, per quanto mi dispiaccia. Ciò non vuol dire che non risponderò a chi commenta qualche mio vecchio testo, la cosa mi fa sempre piacere, ho tanto da imparare nonostante non sia più un giovanotto.
I motivi del mio starmene da parte non c'entrano con la Narrativa, che amo tanto; sono sorti dei contrasti con persone che in Narrativa per fortuna non hanno a che fare e lo sbaglio è stato solo mio nel pensare di voler dialogare di temi d'attualità. È notorio che io non la penso come la maggior parte di tutti, i miei pensieri, la mia visione, le mie analisi del mondo moderno che vanno a risalire alle origini  delle cose non piacciono e  ogni volta che le esterno interviene qualcuno a farmi la disamina, considerandomi un provocatore nazista da bannare e denunciare. Inutile aver spiegato che mio padre era stato internato nei lager nazisti, come inutili altre mie spiegazioni, ulteriormente scambiate per provocazioni... Inutile.
Alla fine mi sono stancato di queste persone. Hanno vinto loro. Spero si sentano "liberi" nel loro mondo al quale non voglio appartenere, ma dal quale non ho certo mai inteso bannarli.

Scusami se ho approfittato del tuo commento per parlare di me.

Sono rimasto colpito che la persona a cui hai dedicato un romanzo non ti abbia risposto.

Il mio contatto con il mondo ecclesiastico è una vecchia storia con cui non ti tedierò. Avrebbe dovuto finire (o meglio: iniziare) come nel filmato che ho postato in un commento sopra e ti assicuro che il non averlo fatto mi ha reso per sempre la vita infelice. Forse anche per questo posso sembrare ottuso nelle mie convinzioni, ma non è ottusità: è amarezza nel vedere l'indifferenza  e la mistificazione degli altri.
Nel racconto ho usato volutamente il latino, so che ora la formula non si usa più ma io la preferisco e l'ambientazione potrebbe essere certamente datata qualche decennio indietro. Preconciliare di sicuro.
Il dialogo con il vescovo l'ho immaginato avendo in mente atteggiamenti di alcuni di loro ai quali ho anche assistito per motivi di lavoro o di mie ricerche personali e se non avessero avuto la talare potevi benissimo scambiarli per uomini d'affari o manager qualunque, interessati solo ai loro affari. Non sono tutti così ad ogni modo.
Il mio intento era, come hai giustamente notato, di rendere il personaggio antipatico.
Il fatto del dire e non dire, il grave peccato di don Fabrizio che faccio intravedere fra le righe è una mia peculiarità. In questa come in altre occasioni, per la mia mentalità, non amo dire certe cose per me scabrose in maniera esplicita anche se penso che dirle  e non dirle, cercare di far trasparire, possa rendere i fatti ancora più tremendi, inquietanti.
Il mio pensiero riguardo a certi atteggiamenti è conforme a San Paolo, lettera ai Romani 1: 26,32.

Il tuo giudizio, la tua attenzione e benevolenza per questo mio testo che in fondo si può scrivere meglio, mi ha fatto piacere e mi è stato di grande utilità per rivedere il tutto e di questo ti ringrazio.
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