Ai Fiori non Importa - “rivelazione”

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Salve a tutti, torno a chiedere consigli per un pezzo della stessa storia; solo per dare un po’ di contesto: nella città occupata il generale nemico offre ai maestri d’arti marziali la possibilità di continuare ad insegnare, a patto che sconfiggano un maestro del suo esercito; il protagonista si offre al posto del fratello e, dopo un primo momento in cui ha la peggio, decide di combattere seriamente 

«Sei preoccupato per lei, vero? Tranquillo» Jiazi sogghignò «ci penserò io a consolarla stasera»
Il qilin rise, raddrizzandosi.
Jinhe gli afferrò la caviglia, strinse
«Perché, stasera camminerai?» sibilò. Non poteva tollerare oltre.
Jinhe si rialzò, mentre Jiazi, la caviglia libera, prendeva le distanze. Gli altri quattro marzialisti di Wu vennero avanti, tutti nella loro posizione.
Con un lungo respiro, Jinhe li fissò, facendo fluire anche lui il suo qi nel proprio corpo; sentì i meridiani, a riposo da tanti anni, svegliarsi mentre un’ondata di piacere gli pervadeva il corpo, soffiando sulla furia che gli ardeva nel petto.
Assunse la posizione con calma, la gamba sinistra avanti, lo stesso braccio quasi allungato, la mano aperta.
Il qilin a destra di Jiazi non perse tempo. Chiuse la distanza con pochi passi, sferrando un calcio con la gamba destra, diretto al suo stomaco.
Jinhe agì prima di capirlo, i riflessi liberi di reagire senza attendere il cervello.
Afferrò la caviglia del qilin, bloccandone il movimento; la sua gamba sinistra scattò in alto, la sua scarpa trovò la mascella dell’aggressore.
Quello stava ancora sputando i denti, mentre Jinhe calava il tallone sull’anca. Il rumore dell’osso rotto riempì la sala.
Lasciato andare il qilin, Jinhe tornò alla sua posa, come se non fosse successo nulla.
Avanzò lentamente, strusciando i piedi sul pavimento, un passo strascicato dietro l’altro; i quattro lo soppesarono, poi un altro marzialista caricò dalla sua sinistra.
Saltò in aria, mirando con un calcio alla sua testa. Jinhe spostò il capo in avanti, i piedi fissi in terra, afferrò l’altro per la cintura, sbattendolo a terra come una bambola di pezza.
Il qilin gridò di dolore, Jinhe gli era già addosso. I pugni piovvero sul marzialista come una grandinata, colpendolo all’addome; quando si spostò al torso, quello sollevò le braccia.
Jinhe gli afferrò i polsi, li torse all’estero, calando poi il gomito sul suo naso. 
Tornò in posizione. Una fugace considerazione della paura sul volto di Jiazi, dell'incertezza su quelli degli altri due.
I due sui lati fecero fluire il loro qi, ricoprendo braccia e gambe di una densa brina. Lui respirò piano, richiamando il suo qi nei meridiani.
Vennero avanti assieme, in un turbinio coordinato di colpi; Jinhe intercettò il pugno sinistro di quello a destra, deviandolo verso l’altro, ponendo il corpo del compagno davanti a sé stesso.
Lo colpì con un calcio, mandandoli uno contro l’altro mentre teneva per il polso quello di mezzo.
Gli piegò il braccio all’indietro, accompagnando con un colpo di taglio al fianco. Il qilin urlò di dolore, quando i loro qi entrarono in contatto.
Jinhe rotolò sulla schiena del qilin, portandosi dietro il braccio e lussando la spalla; l’altro marzialista ebbe il tempo di alzare le mani. I pugni lo raggiunsero prima che potesse capirlo, un pugno per ogni costola, dall’alto al basso e poi indietro.
Avanzando, Jinhe lo costrinse a terra, stordendolo con un colpo alla mascella.
Ultimo rimasto, Jiazi stava tremando e arretrando, deboli fiammelle di qi gli avvolgevano le mani, in una misera esecuzione dello stile del pruno
«Tu… bastardo!» 
Jinhe non rispose. Intercettò con un pugno al ginocchio il calcio di Jiazi, colpendolo poi al ventre. Gli bloccò il mento con la mano, girandolo e costringendolo a terra di schiena.
I petali della sua tecnica lo ricoprirono. Jinhe non si rese nemmeno conto che il suo qi li annullò, mandando lunghe scariche di dolore nel corpo dell'avversario.
Era infuriato. Una furia bestiale che non ricordava di provare da molto.
Strinse la testa di Jiazi tra le ginocchia, tenendola ferma con una mano al mento.
Calò il pugno sul volto del qilin, facendoci fluire tutto il qi che poteva.
Jiazi urlò, mentre al dolore fisico si sommava quello arcano dei qi in contrasto.
Jinhe colpì e colpì, il corpo che si muoveva da solo, seguendo i gesti insegnati ai muscoli anni prima.
Un pugno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette.
Un barlume di lucidità si fece strada a forza nella sua mente. Jinhe lasciò la presa, con le nocche che luccicavano di sangue e qi semisolido.
Il suo respiro era regolare, calmo e sereno. Il corpo non faceva male, anzi sembrava che finalmente potesse muoversi di nuovo dopo una lunghissima inattività.
Sollevò il capo, giungendo le mani in segno di saluto al generale, che aveva assistito a tutta la scena dalla pedana rialzata.
Non disse nulla.
Si stava girando per andarsene, quando Feihua gli fu accanto.
Non riusciva a sentirne le parole, ma la vedeva terrorizzata. Jinhe strinse gli occhi, aguzzando le orecchie. Non sentiva nulla.
Di colpo, si accorse di avere piedi e mani intorpiditi. Il fiato gli si mozzò in gola, come se qualcuno gli avesse infilato la testa sott'acqua.
Svenne senza dire una parola. 
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