[CP8] Da galassie remote

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="Traccia 3. \"Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto (Stephen Hawking) Da sempre, le persone cercano delle risposte alle grandi domande. Da dove veniamo? Come è nato l’universo? Qual è il disegno, il significato profondo che sta dietro a ogni cosa? C’è qualcuno lassù? I racconti della creazione tramandati nel passato, che oggi sembrano meno attendibili, sono stati sostituiti da una varietà di credenze – che potremmo solo definire «superstizioni» – che spaziano dalla New Age a Star Trek. La scienza, però, può risultare anche più strana della fantascienza, e molto più soddisfacente. Io sono uno scienziato con un profondo interesse per la fisica, la cosmologia, l’universo e il futuro dell’umanità. I miei genitori mi hanno insegnato a coltivare un’insaziabile curiosità e a provare a rispondere, come mio padre, alle molte domande che la scienza ci pone. Ho trascorso la vita intera viaggiando nel cosmo, senza mai uscire dalla mia mente. Attraverso la fisica teorica, ho cercato le risposte ad alcune delle grandi domande. A un certo punto, ho pensato che avrei assistito alla fine della fisica come la conosciamo, oggi, invece, ritengo che anche dopo che me ne sarò andato gli uomini continueranno per molto tempo a godere della meraviglia delle scoperte scientifiche. Siamo vicini ad alcune di queste risposte, ma non ci siamo ancora arrivati. Il problema è che molti credono che la scienza sia troppo complicata, e fuori dalla loro portata. Io non lo penso affatto. Per condurre una ricerca sulle leggi fondamentali che governano l’universo è di certo necessario un dispendio di tempo, che la maggior parte della gente non può permettersi: se tutti ci dedicassimo alla fisica teorica, nel giro di poco il mondo si fermerebbe. Tuttavia, quasi tutti sono in grado di comprendere e apprezzare le nozioni di base se vengono spiegate loro in modo chiaro e senza equazioni, cosa che ritengo possibile e che talvolta mi sono dilettato a fare. Ho vissuto l’epoca più memorabile per la ricerca nella fisica teorica. Negli ultimi cinquant’anni, il nostro quadro dell’universo è cambiato moltissimo, e sarò felice se avrò dato anch’io un contributo a questa trasformazione. Una delle grandi rivelazioni portate dall’era spaziale è la nuova prospettiva sotto cui l’umanità ha imparato a guardare se stessa: quando osserviamo la Terra dallo spazio, ci vediamo come un tutt’uno. Percepiamo l’unità, non le divisioni. È un’immagine che, nella sua grande semplicità, trasmette un messaggio molto forte: un unico pianeta, una sola razza umana. Voglio aggiungere la mia voce a quelle di coloro che chiedono un intervento immediato sulle sfide chiave della nostra comunità globale. Spero che in futuro, anche quando non sarò più qui, le persone che governano il mondo siano in grado di mostrare creatività, coraggio e leadership. Mi auguro che si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse personale ma per il bene comune. Sono del tutto consapevole della preziosità del tempo. Cogliete l’attimo. Agite ora. Ho già avuto modo di raccontare la mia vita nei miei scritti, ma vale comunque la pena ripercorrere alcune delle mie prime esperienze per dimostrare l’interesse che da sempre nutro per le grandi domande. Sono nato esattamente tre secoli dopo la morte di Galileo, e mi piacerebbe pensare che questa coincidenza abbia impresso una direzione allo sviluppo che la mia vita ha avuto nel campo scientifico. Tuttavia, secondo i miei calcoli, in quello stesso giorno dovrebbero essere nati circa duecentomila altri bambini, e non so quanti di loro abbiano poi mostrato un qualche interesse per l’astronomia. Sono cresciuto in una casa vittoriana, un edificio alto e stretto nel sobborgo londinese di Highgate che i miei genitori avevano acquistato a prezzo stracciato durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti pensavano che Londra sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti. In effetti, un missile V2 cadde proprio a poche case di distanza dalla nostra; quel giorno, comunque, io ero via con mia madre e mia sorella, e per fortuna mio padre non rimase ferito. Il cratere dell’esplosione sarebbe rimasto lì per diversi anni: io e il mio amico Howard andavamo a giocarci, studiando i risultati dell’esplosione con la stessa curiosità che mi avrebbe poi guidato per tutta la vita. Nel 1950, mio padre andò a lavorare presso la nuova sede del National Institute for Medical Research di Mill Hill, alla periferia nord di Londra, e la nostra famiglia si trasferì lì vicino, nella città episcopale di St Albans. I miei mi mandarono alla High School for Girls, che a dispetto del nome accettava anche i maschi fino ai dieci anni. In seguito, frequentai la St Albans School. Non fui mai uno degli studenti migliori – era una classe di ragazzi molto intelligenti e io ero più o meno nella media –, ma i compagni mi diedero comunque il soprannome di «Einstein»; può darsi, quindi, che intravedessero in me i segni di una qualche potenzialità. Quando avevo dodici anni, uno dei miei amici scommise con un altro un sacchetto di caramelle che non sarei mai diventato nessuno. A St Albans avevo sei o sette amici intimi. Ricordo che discutevamo a lungo di ogni genere di argomento, dai modellini radiocomandati alla religione. Una delle grandi questioni di cui parlavamo riguardava l’origine dell’universo e l’eventuale necessità di un Dio che lo avesse creato e messo in movimento. Avevo sentito che la luce proveniente dalle galassie remote era spostata verso il rosso dello spettro, cosa che veniva vista come una prova del fatto che il cosmo si stesse espandendo. Io, però, ero sicuro che ci doveva essere un’altra spiegazione per quel fenomeno: non poteva darsi che la luce, nel suo tragitto fino a noi, si stancasse diventando così più rossa? L’idea di un universo eterno e sostanzialmente immutabile mi sembrava molto più naturale. (Solo diversi anni dopo, in seguito alla scoperta della radiazione cosmica di fondo a microonde – avvenuta quando frequentavo da un paio d’anni il mio corso di dottorato –, avrei compreso l’errore.) Ero sempre molto interessato a capire come funzionavano le cose e, per farlo, ero solito smontarle. Purtroppo, però, non ero altrettanto bravo a rimetterle insieme: la mia abilità pratica non è mai stata all’altezza delle mie capacità teoretiche. Mio padre aveva sempre incoraggiato la mia passione per la scienza e voleva che andassi a studiare a Oxford o Cambridge. Lui aveva frequentato l’Università di Oxford e pensava che anch’io avrei dovuto iscrivermi lì. A quei tempi, però, non c’erano posti per studenti di matematica, quindi la mia unica opzione fu provare a far domanda per una borsa di studio in scienze naturali e, con mia stessa sorpresa, riuscii a ottenerla."]Traccia 3. "Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto (Stephen Hawking) Da sempre, le persone cercano delle risposte alle grandi domande. Da dove veniamo? Come è nato l’universo? Qual è il disegno, il significato profondo che sta dietro a ogni cosa? C’è qualcuno lassù? I racconti della creazione tramandati nel passato, che oggi sembrano meno attendibili, sono stati sostituiti da una varietà di credenze – che potremmo solo definire «superstizioni» – che spaziano dalla New Age a Star Trek. La scienza, però, può risultare anche più strana della fantascienza, e molto più soddisfacente. Io sono uno scienziato con un profondo interesse per la fisica, la cosmologia, l’universo e il futuro dell’umanità. I miei genitori mi hanno insegnato a coltivare un’insaziabile curiosità e a provare a rispondere, come mio padre, alle molte domande che la scienza ci pone. Ho trascorso la vita intera viaggiando nel cosmo, senza mai uscire dalla mia mente. Attraverso la fisica teorica, ho cercato le risposte ad alcune delle grandi domande. A un certo punto, ho pensato che avrei assistito alla fine della fisica come la conosciamo, oggi, invece, ritengo che anche dopo che me ne sarò andato gli uomini continueranno per molto tempo a godere della meraviglia delle scoperte scientifiche. Siamo vicini ad alcune di queste risposte, ma non ci siamo ancora arrivati. Il problema è che molti credono che la scienza sia troppo complicata, e fuori dalla loro portata. Io non lo penso affatto. Per condurre una ricerca sulle leggi fondamentali che governano l’universo è di certo necessario un dispendio di tempo, che la maggior parte della gente non può permettersi: se tutti ci dedicassimo alla fisica teorica, nel giro di poco il mondo si fermerebbe. Tuttavia, quasi tutti sono in grado di comprendere e apprezzare le nozioni di base se vengono spiegate loro in modo chiaro e senza equazioni, cosa che ritengo possibile e che talvolta mi sono dilettato a fare. Ho vissuto l’epoca più memorabile per la ricerca nella fisica teorica. Negli ultimi cinquant’anni, il nostro quadro dell’universo è cambiato moltissimo, e sarò felice se avrò dato anch’io un contributo a questa trasformazione. Una delle grandi rivelazioni portate dall’era spaziale è la nuova prospettiva sotto cui l’umanità ha imparato a guardare se stessa: quando osserviamo la Terra dallo spazio, ci vediamo come un tutt’uno. Percepiamo l’unità, non le divisioni. È un’immagine che, nella sua grande semplicità, trasmette un messaggio molto forte: un unico pianeta, una sola razza umana. Voglio aggiungere la mia voce a quelle di coloro che chiedono un intervento immediato sulle sfide chiave della nostra comunità globale. Spero che in futuro, anche quando non sarò più qui, le persone che governano il mondo siano in grado di mostrare creatività, coraggio e leadership. Mi auguro che si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse personale ma per il bene comune. Sono del tutto consapevole della preziosità del tempo. Cogliete l’attimo. Agite ora. Ho già avuto modo di raccontare la mia vita nei miei scritti, ma vale comunque la pena ripercorrere alcune delle mie prime esperienze per dimostrare l’interesse che da sempre nutro per le grandi domande. Sono nato esattamente tre secoli dopo la morte di Galileo, e mi piacerebbe pensare che questa coincidenza abbia impresso una direzione allo sviluppo che la mia vita ha avuto nel campo scientifico. Tuttavia, secondo i miei calcoli, in quello stesso giorno dovrebbero essere nati circa duecentomila altri bambini, e non so quanti di loro abbiano poi mostrato un qualche interesse per l’astronomia. Sono cresciuto in una casa vittoriana, un edificio alto e stretto nel sobborgo londinese di Highgate che i miei genitori avevano acquistato a prezzo stracciato durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti pensavano che Londra sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti. In effetti, un missile V2 cadde proprio a poche case di distanza dalla nostra; quel giorno, comunque, io ero via con mia madre e mia sorella, e per fortuna mio padre non rimase ferito. Il cratere dell’esplosione sarebbe rimasto lì per diversi anni: io e il mio amico Howard andavamo a giocarci, studiando i risultati dell’esplosione con la stessa curiosità che mi avrebbe poi guidato per tutta la vita. Nel 1950, mio padre andò a lavorare presso la nuova sede del National Institute for Medical Research di Mill Hill, alla periferia nord di Londra, e la nostra famiglia si trasferì lì vicino, nella città episcopale di St Albans. I miei mi mandarono alla High School for Girls, che a dispetto del nome accettava anche i maschi fino ai dieci anni. In seguito, frequentai la St Albans School. Non fui mai uno degli studenti migliori – era una classe di ragazzi molto intelligenti e io ero più o meno nella media –, ma i compagni mi diedero comunque il soprannome di «Einstein»; può darsi, quindi, che intravedessero in me i segni di una qualche potenzialità. Quando avevo dodici anni, uno dei miei amici scommise con un altro un sacchetto di caramelle che non sarei mai diventato nessuno. A St Albans avevo sei o sette amici intimi. Ricordo che discutevamo a lungo di ogni genere di argomento, dai modellini radiocomandati alla religione. Una delle grandi questioni di cui parlavamo riguardava l’origine dell’universo e l’eventuale necessità di un Dio che lo avesse creato e messo in movimento. Avevo sentito che la luce proveniente dalle galassie remote era spostata verso il rosso dello spettro, cosa che veniva vista come una prova del fatto che il cosmo si stesse espandendo. Io, però, ero sicuro che ci doveva essere un’altra spiegazione per quel fenomeno: non poteva darsi che la luce, nel suo tragitto fino a noi, si stancasse diventando così più rossa? L’idea di un universo eterno e sostanzialmente immutabile mi sembrava molto più naturale. (Solo diversi anni dopo, in seguito alla scoperta della radiazione cosmica di fondo a microonde – avvenuta quando frequentavo da un paio d’anni il mio corso di dottorato –, avrei compreso l’errore.) Ero sempre molto interessato a capire come funzionavano le cose e, per farlo, ero solito smontarle. Purtroppo, però, non ero altrettanto bravo a rimetterle insieme: la mia abilità pratica non è mai stata all’altezza delle mie capacità teoretiche. Mio padre aveva sempre incoraggiato la mia passione per la scienza e voleva che andassi a studiare a Oxford o Cambridge. Lui aveva frequentato l’Università di Oxford e pensava che anch’io avrei dovuto iscrivermi lì. A quei tempi, però, non c’erano posti per studenti di matematica, quindi la mia unica opzione fu provare a far domanda per una borsa di studio in scienze naturali e, con mia stessa sorpresa, riuscii a ottenerla.
Traccia 3. "Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto (Stephen Hawking) Da sempre, le persone cercano delle risposte alle grandi domande. Da dove veniamo? Come è nato l’universo? Qual è il disegno, il significato profondo che sta dietro a ogni cosa? C’è qualcuno lassù? I racconti della creazione tramandati nel passato, che oggi sembrano meno attendibili, sono stati sostituiti da una varietà di credenze – che potremmo solo definire «superstizioni» – che spaziano dalla New Age a Star Trek. La scienza, però, può risultare anche più strana della fantascienza, e molto più soddisfacente. Io sono uno scienziato con un profondo interesse per la fisica, la cosmologia, l’universo e il futuro dell’umanità. I miei genitori mi hanno insegnato a coltivare un’insaziabile curiosità e a provare a rispondere, come mio padre, alle molte domande che la scienza ci pone. Ho trascorso la vita intera viaggiando nel cosmo, senza mai uscire dalla mia mente. Attraverso la fisica teorica, ho cercato le risposte ad alcune delle grandi domande. A un certo punto, ho pensato che avrei assistito alla fine della fisica come la conosciamo, oggi, invece, ritengo che anche dopo che me ne sarò andato gli uomini continueranno per molto tempo a godere della meraviglia delle scoperte scientifiche. Siamo vicini ad alcune di queste risposte, ma non ci siamo ancora arrivati. Il problema è che molti credono che la scienza sia troppo complicata, e fuori dalla loro portata. Io non lo penso affatto. Per condurre una ricerca sulle leggi fondamentali che governano l’universo è di certo necessario un dispendio di tempo, che la maggior parte della gente non può permettersi: se tutti ci dedicassimo alla fisica teorica, nel giro di poco il mondo si fermerebbe. Tuttavia, quasi tutti sono in grado di comprendere e apprezzare le nozioni di base se vengono spiegate loro in modo chiaro e senza equazioni, cosa che ritengo possibile e che talvolta mi sono dilettato a fare. Ho vissuto l’epoca più memorabile per la ricerca nella fisica teorica. Negli ultimi cinquant’anni, il nostro quadro dell’universo è cambiato moltissimo, e sarò felice se avrò dato anch’io un contributo a questa trasformazione. Una delle grandi rivelazioni portate dall’era spaziale è la nuova prospettiva sotto cui l’umanità ha imparato a guardare se stessa: quando osserviamo la Terra dallo spazio, ci vediamo come un tutt’uno. Percepiamo l’unità, non le divisioni. È un’immagine che, nella sua grande semplicità, trasmette un messaggio molto forte: un unico pianeta, una sola razza umana. Voglio aggiungere la mia voce a quelle di coloro che chiedono un intervento immediato sulle sfide chiave della nostra comunità globale. Spero che in futuro, anche quando non sarò più qui, le persone che governano il mondo siano in grado di mostrare creatività, coraggio e leadership. Mi auguro che si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse personale ma per il bene comune. Sono del tutto consapevole della preziosità del tempo. Cogliete l’attimo. Agite ora. Ho già avuto modo di raccontare la mia vita nei miei scritti, ma vale comunque la pena ripercorrere alcune delle mie prime esperienze per dimostrare l’interesse che da sempre nutro per le grandi domande. Sono nato esattamente tre secoli dopo la morte di Galileo, e mi piacerebbe pensare che questa coincidenza abbia impresso una direzione allo sviluppo che la mia vita ha avuto nel campo scientifico. Tuttavia, secondo i miei calcoli, in quello stesso giorno dovrebbero essere nati circa duecentomila altri bambini, e non so quanti di loro abbiano poi mostrato un qualche interesse per l’astronomia. Sono cresciuto in una casa vittoriana, un edificio alto e stretto nel sobborgo londinese di Highgate che i miei genitori avevano acquistato a prezzo stracciato durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti pensavano che Londra sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti. In effetti, un missile V2 cadde proprio a poche case di distanza dalla nostra; quel giorno, comunque, io ero via con mia madre e mia sorella, e per fortuna mio padre non rimase ferito. Il cratere dell’esplosione sarebbe rimasto lì per diversi anni: io e il mio amico Howard andavamo a giocarci, studiando i risultati dell’esplosione con la stessa curiosità che mi avrebbe poi guidato per tutta la vita. Nel 1950, mio padre andò a lavorare presso la nuova sede del National Institute for Medical Research di Mill Hill, alla periferia nord di Londra, e la nostra famiglia si trasferì lì vicino, nella città episcopale di St Albans. I miei mi mandarono alla High School for Girls, che a dispetto del nome accettava anche i maschi fino ai dieci anni. In seguito, frequentai la St Albans School. Non fui mai uno degli studenti migliori – era una classe di ragazzi molto intelligenti e io ero più o meno nella media –, ma i compagni mi diedero comunque il soprannome di «Einstein»; può darsi, quindi, che intravedessero in me i segni di una qualche potenzialità. Quando avevo dodici anni, uno dei miei amici scommise con un altro un sacchetto di caramelle che non sarei mai diventato nessuno. A St Albans avevo sei o sette amici intimi. Ricordo che discutevamo a lungo di ogni genere di argomento, dai modellini radiocomandati alla religione. Una delle grandi questioni di cui parlavamo riguardava l’origine dell’universo e l’eventuale necessità di un Dio che lo avesse creato e messo in movimento. Avevo sentito che la luce proveniente dalle galassie remote era spostata verso il rosso dello spettro, cosa che veniva vista come una prova del fatto che il cosmo si stesse espandendo. Io, però, ero sicuro che ci doveva essere un’altra spiegazione per quel fenomeno: non poteva darsi che la luce, nel suo tragitto fino a noi, si stancasse diventando così più rossa? L’idea di un universo eterno e sostanzialmente immutabile mi sembrava molto più naturale. (Solo diversi anni dopo, in seguito alla scoperta della radiazione cosmica di fondo a microonde – avvenuta quando frequentavo da un paio d’anni il mio corso di dottorato –, avrei compreso l’errore.) Ero sempre molto interessato a capire come funzionavano le cose e, per farlo, ero solito smontarle. Purtroppo, però, non ero altrettanto bravo a rimetterle insieme: la mia abilità pratica non è mai stata all’altezza delle mie capacità teoretiche. Mio padre aveva sempre incoraggiato la mia passione per la scienza e voleva che andassi a studiare a Oxford o Cambridge. Lui aveva frequentato l’Università di Oxford e pensava che anch’io avrei dovuto iscrivermi lì. A quei tempi, però, non c’erano posti per studenti di matematica, quindi la mia unica opzione fu provare a far domanda per una borsa di studio in scienze naturali e, con mia stessa sorpresa, riuscii a ottenerla.Traccia 3. "Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto (Stephen Hawking) Da sempre, le persone cercano delle risposte alle grandi domande. Da dove veniamo? Come è nato l’universo? Qual è il disegno, il significato profondo che sta dietro a ogni cosa? C’è qualcuno lassù? I racconti della creazione tramandati nel passato, che oggi sembrano meno attendibili, sono stati sostituiti da una varietà di credenze – che potremmo solo definire «superstizioni» – che spaziano dalla New Age a Star Trek. La scienza, però, può risultare anche più strana della fantascienza, e molto più soddisfacente. Io sono uno scienziato con un profondo interesse per la fisica, la cosmologia, l’universo e il futuro dell’umanità. I miei genitori mi hanno insegnato a coltivare un’insaziabile curiosità e a provare a rispondere, come mio padre, alle molte domande che la scienza ci pone. Ho trascorso la vita intera viaggiando nel cosmo, senza mai uscire dalla mia mente. Attraverso la fisica teorica, ho cercato le risposte ad alcune delle grandi domande. A un certo punto, ho pensato che avrei assistito alla fine della fisica come la conosciamo, oggi, invece, ritengo che anche dopo che me ne sarò andato gli uomini continueranno per molto tempo a godere della meraviglia delle scoperte scientifiche. Siamo vicini ad alcune di queste risposte, ma non ci siamo ancora arrivati. Il problema è che molti credono che la scienza sia troppo complicata, e fuori dalla loro portata. Io non lo penso affatto. Per condurre una ricerca sulle leggi fondamentali che governano l’universo è di certo necessario un dispendio di tempo, che la maggior parte della gente non può permettersi: se tutti ci dedicassimo alla fisica teorica, nel giro di poco il mondo si fermerebbe. Tuttavia, quasi tutti sono in grado di comprendere e apprezzare le nozioni di base se vengono spiegate loro in modo chiaro e senza equazioni, cosa che ritengo possibile e che talvolta mi sono dilettato a fare. Ho vissuto l’epoca più memorabile per la ricerca nella fisica teorica. Negli ultimi cinquant’anni, il nostro quadro dell’universo è cambiato moltissimo, e sarò felice se avrò dato anch’io un contributo a questa trasformazione. Una delle grandi rivelazioni portate dall’era spaziale è la nuova prospettiva sotto cui l’umanità ha imparato a guardare se stessa: quando osserviamo la Terra dallo spazio, ci vediamo come un tutt’uno. Percepiamo l’unità, non le divisioni. È un’immagine che, nella sua grande semplicità, trasmette un messaggio molto forte: un unico pianeta, una sola razza umana. Voglio aggiungere la mia voce a quelle di coloro che chiedono un intervento immediato sulle sfide chiave della nostra comunità globale. Spero che in futuro, anche quando non sarò più qui, le persone che governano il mondo siano in grado di mostrare creatività, coraggio e leadership. Mi auguro che si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse personale ma per il bene comune. Sono del tutto consapevole della preziosità del tempo. Cogliete l’attimo. Agite ora. Ho già avuto modo di raccontare la mia vita nei miei scritti, ma vale comunque la pena ripercorrere alcune delle mie prime esperienze per dimostrare l’interesse che da sempre nutro per le grandi domande. Sono nato esattamente tre secoli dopo la morte di Galileo, e mi piacerebbe pensare che questa coincidenza abbia impresso una direzione allo sviluppo che la mia vita ha avuto nel campo scientifico. Tuttavia, secondo i miei calcoli, in quello stesso giorno dovrebbero essere nati circa duecentomila altri bambini, e non so quanti di loro abbiano poi mostrato un qualche interesse per l’astronomia. Sono cresciuto in una casa vittoriana, un edificio alto e stretto nel sobborgo londinese di Highgate che i miei genitori avevano acquistato a prezzo stracciato durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti pensavano che Londra sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti. In effetti, un missile V2 cadde proprio a poche case di distanza dalla nostra; quel giorno, comunque, io ero via con mia madre e mia sorella, e per fortuna mio padre non rimase ferito. Il cratere dell’esplosione sarebbe rimasto lì per diversi anni: io e il mio amico Howard andavamo a giocarci, studiando i risultati dell’esplosione con la stessa curiosità che mi avrebbe poi guidato per tutta la vita. Nel 1950, mio padre andò a lavorare presso la nuova sede del National Institute for Medical Research di Mill Hill, alla periferia nord di Londra, e la nostra famiglia si trasferì lì vicino, nella città episcopale di St Albans. I miei mi mandarono alla High School for Girls, che a dispetto del nome accettava anche i maschi fino ai dieci anni. In seguito, frequentai la St Albans School. Non fui mai uno degli studenti migliori – era una classe di ragazzi molto intelligenti e io ero più o meno nella media –, ma i compagni mi diedero comunque il soprannome di «Einstein»; può darsi, quindi, che intravedessero in me i segni di una qualche potenzialità. Quando avevo dodici anni, uno dei miei amici scommise con un altro un sacchetto di caramelle che non sarei mai diventato nessuno. A St Albans avevo sei o sette amici intimi. Ricordo che discutevamo a lungo di ogni genere di argomento, dai modellini radiocomandati alla religione. Una delle grandi questioni di cui parlavamo riguardava l’origine dell’universo e l’eventuale necessità di un Dio che lo avesse creato e messo in movimento. Avevo sentito che la luce proveniente dalle galassie remote era spostata verso il rosso dello spettro, cosa che veniva vista come una prova del fatto che il cosmo si stesse espandendo. Io, però, ero sicuro che ci doveva essere un’altra spiegazione per quel fenomeno: non poteva darsi che la luce, nel suo tragitto fino a noi, si stancasse diventando così più rossa? L’idea di un universo eterno e sostanzialmente immutabile mi sembrava molto più naturale. (Solo diversi anni dopo, in seguito alla scoperta della radiazione cosmica di fondo a microonde – avvenuta quando frequentavo da un paio d’anni il mio corso di dottorato –, avrei compreso l’errore.) Ero sempre molto interessato a capire come funzionavano le cose e, per farlo, ero solito smontarle. Purtroppo, però, non ero altrettanto bravo a rimetterle insieme: la mia abilità pratica non è mai stata all’altezza delle mie capacità teoretiche. Mio padre aveva sempre incoraggiato la mia passione per la scienza e voleva che andassi a studiare a Oxford o Cambridge. Lui aveva frequentato l’Università di Oxford e pensava che anch’io avrei dovuto iscrivermi lì. A quei tempi, però, non c’erano posti per studenti di matematica, quindi la mia unica opzione fu provare a far domanda per una borsa di studio in scienze naturali e, con mia stessa sorpresa, riuscii a ottenerla.Traccia 3. "Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto (Stephen Hawking)
Da sempre, le persone cercano delle risposte alle grandi domande. Da dove veniamo? Come è nato l’universo? Qual è il disegno, il significato profondo che sta dietro a ogni cosa? C’è qualcuno lassù? I racconti della creazione tramandati nel passato, che oggi sembrano meno attendibili, sono stati sostituiti da una varietà di credenze – che potremmo solo definire «superstizioni» – che spaziano dalla New Age a Star Trek. La scienza, però, può risultare anche più strana della fantascienza, e molto più soddisfacente. Io sono uno scienziato con un profondo interesse per la fisica, la cosmologia, l’universo e il futuro dell’umanità. I miei genitori mi hanno insegnato a coltivare un’insaziabile curiosità e a provare a rispondere, come mio padre, alle molte domande che la scienza ci pone. Ho trascorso la vita intera viaggiando nel cosmo, senza mai uscire dalla mia mente. Attraverso la fisica teorica, ho cercato le risposte ad alcune delle grandi domande. A un certo punto, ho pensato che avrei assistito alla fine della fisica come la conosciamo, oggi, invece, ritengo che anche dopo che me ne sarò andato gli uomini continueranno per molto tempo a godere della meraviglia delle scoperte scientifiche. Siamo vicini ad alcune di queste risposte, ma non ci siamo ancora arrivati. Il problema è che molti credono che la scienza sia troppo complicata, e fuori dalla loro portata. Io non lo penso affatto. Per condurre una ricerca sulle leggi fondamentali che governano l’universo è di certo necessario un dispendio di tempo, che la maggior parte della gente non può permettersi: se tutti ci dedicassimo alla fisica teorica, nel giro di poco il mondo si fermerebbe. Tuttavia, quasi tutti sono in grado di comprendere e apprezzare le nozioni di base se vengono spiegate loro in modo chiaro e senza equazioni, cosa che ritengo possibile e che talvolta mi sono dilettato a fare. Ho vissuto l’epoca più memorabile per la ricerca nella fisica teorica. Negli ultimi cinquant’anni, il nostro quadro dell’universo è cambiato moltissimo, e sarò felice se avrò dato anch’io un contributo a questa trasformazione. Una delle grandi rivelazioni portate dall’era spaziale è la nuova prospettiva sotto cui l’umanità ha imparato a guardare se stessa: quando osserviamo la Terra dallo spazio, ci vediamo come un tutt’uno. Percepiamo l’unità, non le divisioni. È un’immagine che, nella sua grande semplicità, trasmette un messaggio molto forte: un unico pianeta, una sola razza umana. Voglio aggiungere la mia voce a quelle di coloro che chiedono un intervento immediato sulle sfide chiave della nostra comunità globale. Spero che in futuro, anche quando non sarò più qui, le persone che governano il mondo siano in grado di mostrare creatività, coraggio e leadership. Mi auguro che si dimostrino all’altezza della sfida posta dagli obiettivi di uno sviluppo sostenibile, e che agiscano non per il loro interesse personale ma per il bene comune. Sono del tutto consapevole della preziosità del tempo. Cogliete l’attimo. Agite ora. Ho già avuto modo di raccontare la mia vita nei miei scritti, ma vale comunque la pena ripercorrere alcune delle mie prime esperienze per dimostrare l’interesse che da sempre nutro per le grandi domande. Sono nato esattamente tre secoli dopo la morte di Galileo, e mi piacerebbe pensare che questa coincidenza abbia impresso una direzione allo sviluppo che la mia vita ha avuto nel campo scientifico. Tuttavia, secondo i miei calcoli, in quello stesso giorno dovrebbero essere nati circa duecentomila altri bambini, e non so quanti di loro abbiano poi mostrato un qualche interesse per l’astronomia. Sono cresciuto in una casa vittoriana, un edificio alto e stretto nel sobborgo londinese di Highgate che i miei genitori avevano acquistato a prezzo stracciato durante la Seconda guerra mondiale, quando tutti pensavano che Londra sarebbe stata rasa al suolo dai bombardamenti. In effetti, un missile V2 cadde proprio a poche case di distanza dalla nostra; quel giorno, comunque, io ero via con mia madre e mia sorella, e per fortuna mio padre non rimase ferito. Il cratere dell’esplosione sarebbe rimasto lì per diversi anni: io e il mio amico Howard andavamo a giocarci, studiando i risultati dell’esplosione con la stessa curiosità che mi avrebbe poi guidato per tutta la vita. Nel 1950, mio padre andò a lavorare presso la nuova sede del National Institute for Medical Research di Mill Hill, alla periferia nord di Londra, e la nostra famiglia si trasferì lì vicino, nella città episcopale di St Albans. I miei mi mandarono alla High School for Girls, che a dispetto del nome accettava anche i maschi fino ai dieci anni. In seguito, frequentai la St Albans School. Non fui mai uno degli studenti migliori – era una classe di ragazzi molto intelligenti e io ero più o meno nella media –, ma i compagni mi diedero comunque il soprannome di «Einstein»; può darsi, quindi, che intravedessero in me i segni di una qualche potenzialità. Quando avevo dodici anni, uno dei miei amici scommise con un altro un sacchetto di caramelle che non sarei mai diventato nessuno. A St Albans avevo sei o sette amici intimi. Ricordo che discutevamo a lungo di ogni genere di argomento, dai modellini radiocomandati alla religione. Una delle grandi questioni di cui parlavamo riguardava l’origine dell’universo e l’eventuale necessità di un Dio che lo avesse creato e messo in movimento. Avevo sentito che la luce proveniente dalle galassie remote era spostata verso il rosso dello spettro, cosa che veniva vista come una prova del fatto che il cosmo si stesse espandendo. Io, però, ero sicuro che ci doveva essere un’altra spiegazione per quel fenomeno: non poteva darsi che la luce, nel suo tragitto fino a noi, si stancasse diventando così più rossa? L’idea di un universo eterno e sostanzialmente immutabile mi sembrava molto più naturale. (Solo diversi anni dopo, in seguito alla scoperta della radiazione cosmica di fondo a microonde – avvenuta quando frequentavo da un paio d’anni il mio corso di dottorato –, avrei compreso l’errore.) Ero sempre molto interessato a capire come funzionavano le cose e, per farlo, ero solito smontarle. Purtroppo, però, non ero altrettanto bravo a rimetterle insieme: la mia abilità pratica non è mai stata all’altezza delle mie capacità teoretiche. Mio padre aveva sempre incoraggiato la mia passione per la scienza e voleva che andassi a studiare a Oxford o Cambridge. Lui aveva frequentato l’Università di Oxford e pensava che anch’io avrei dovuto iscrivermi lì. A quei tempi, però, non c’erano posti per studenti di matematica, quindi la mia unica opzione fu provare a far domanda per una borsa di studio in scienze naturali e, con mia stessa sorpresa, riuscii a ottenerla.
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Traccia 3.
"Le mie risposte alle grandi domande" - Estratto
(Stephen Hawking)



[CP8] Da galassie remote

Io sono
Universo, umanità, vita

Sono
L’epoca memorabile e felice.

Sono
Voce, creatività, coraggio.

Sono
Preziosità del tempo.

Sono
Guerra, bomba, cratere.

Un Dio proveniente
da galassie remote

Re: [CP8] Da galassie remote

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Ciao @Adel J. Pellitteri

una poesia che mi suona come una preghiera
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 amIo sono
Universo, umanità, vita
Io sono colui che è… via verità è vita
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 amSono
Preziosità del tempo.
bellissima questa immagine
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 amSono
Guerra, bomba, cratere.
Questa, invece, l’avrei evitata. Se è Dio che mi parla, assimilarlo a guerra bomba e cratere mi pare che stoni un po’ col resto delle bellissime frasi che hai estratto dal brano. Sì, le punizioni divine sono tremende e forse lo saranno e in questa accezione la frase ci può anche stare ma ugualmente non la trovo inserita nella giusta posizione. Ma questo è l’esercizio… 

Comunque complimenti per l’originale interpretazione della traccia. 

Re: [CP8] Da galassie remote

3
@Monica ha scritto: mer ott 26, 2022 11:44 am Ciao @Adel J. Pellitteri

una poesia che mi suona come una preghiera

Io sono colui che è… via verità è vita

bellissima questa immagine


Questa, invece, l’avrei evitata. Se è Dio che mi parla, assimilarlo a guerra bomba e cratere mi pare che stoni un po’ col resto delle bellissime frasi che hai estratto dal brano. Sì, le punizioni divine sono tremende e forse lo saranno e in questa accezione la frase ci può anche stare ma ugualmente non la trovo inserita nella giusta posizione. Ma questo è l’esercizio… 

Comunque complimenti per l’originale interpretazione della traccia. 
Monica, oggi è il mio giorno fortunato, due commenti come i tuoi non fanno altro stimolarmi a scrivere, scrivere ancora. Anche qui come nella poesia Due mari, ho introdotto la strofa che storpia l'immagine "idilliaca" del Tutto ( inglobata nelle parole Universo, umanità ecc ecc...) Pure qui l'intento era quello di fare entrare nel testo proprio Tutto, e quindi anche il male (che ho tradotto in guerra, bomba, cratere). Piomba sulla poesia come un colpo d'ascia, lo so. Ho rubato le parole (oltre che all'estratto) alla visione religiosa è verissimo, ma con lo scopo finale di attribuire all'uomo quella divinità. La mia risposta a "da dove veniamo?" È " Da una galassia remota" . In questo testo è l'uomo a ritenersi il Dio dell'universo (universo visto nella sua interezza). 

Grazie ancora. 
 

Re: [CP8] Da galassie remote

5
Mi è piaciuta la costruzione di questa poesia, @Adel J. Pellitteri   :)

Hai messo insieme bene e male, creatività e bombe, preziosità del tempo e guerra.

L'uomo che si crede Dio, in ogni tempo e in ogni luogo: in ogni galassia, remota o attuale.

Come sempre, scorgo una sensibilità poetica che percorre i versi, che ne cura l'enfasi, specie nella conclusione. Brava!
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [CP8] Da galassie remote

6
ciao @Adel J. Pellitteri .  Vedo se riesco a darti un commento degno come si conviene. :D


 Da galassie remote
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Qui già apri al mistero che rimarrà per sempre "un mistero impossibile da svelare".  Per noi, parlare della nostra galassia, è come se un cieco parlasse del suo condominio. Sono termini di grandezza irraggiungibili al solo pensare. Solo uscire dal nostro sistema solare ci vogliono risorse e tempo che non abbiamo. Figuriamoci se parliamo di galassia! Addirittura tu parli di galassie remote: quindi,  siamo nell'ordine di 150.000 miliardi di anni luce.
Ti rendi conto su cosa dobbiamo confrontarci? Eppure, ci meravigliamo quando un simpatico vecchietto ci dice di avere 98/100 anni. Come siamo fuori dal tempo, noi esseri umani.
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Io sono
Universo, umanità, vita
-----------------------------------------------------
Ho letto i commenti che già ti hanno fatto e le tue risposte. Come dicevo sopra, ritenere l'uomo "Dio delle galassie" è proprio un azzardo. Semmai,  posso concedere, all'uomo, il primato: anch'esso da provare, della sua unicità di essere vivente. Dico, da provare, perché potrebbero esistere specie umane, talmente evolute, da farci apparire agli occhi loro, come una sottospecie.
---------------------------------------------

Sono
L’epoca memorabile e felice.
---------------------------------------------
Questa frase mi pare fuori contesto. Magari per te ha un significato recondito. Io la trovo una sorta di autoproclamazione umana che alla luce della realtà, naufraga miseramente. 
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Sono
Voce, creatività, coraggio.
--------------------------------------------------
Qui mi trovi  d'accordo. Sono tutte caratteristiche che non esistono in altre forme di vita.
Ma tutto è relativo: come diceva Einstein. L'ape è più intelligente del lombrico. La volpe più del cane. L'avvocato più del suo cliente. L'uomo più del suo cavallo. Ci vuole veramente poco per dire che nell'universo vi è chi è più intelligente di noi.
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Sono
Preziosità del tempo.
-----------------------------------------------------
Questa non la condivido per questioni tecniche. Il tempo è prezioso per chi non ne ha! Per noi è prezioso perché la nostra vita è simile al battere d'ali di una farfalla. Ma se tu citi l'uomo come una divinità, devo rendermi conto che noi non abbiamo nessuna influenza sul tempo. Questa frase, quindi, te la devo cassare... :asd:
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Sono
Guerra, bomba, cratere.
-------------------------------------------------------
Qui concordo. Tu stessa affermi di aver voluto far entrare tutto in questo "Mondo universalistico umano". Siamo anche queste cose: purtroppo.
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Un Dio proveniente
da galassie remote
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Potrei aggiungere a questa frase: "finito sulla terra affinché si converta, e realizzi quanto è fuori luogo questo suo modo di vivere?
Per fortuna, noi umani possiamo campare solo cent'anni, nelle più rosee delle previsioni.  Se il buon Dio ci avesse lasciato il dono della vita eterna, l'Universo noi lo avremmo già distrutto un milione di volte. Quanto è saggio Dio. Ciao e arrivederci.. :sss:

Re: [CP8] Da galassie remote

7
bestseller2020 ha scritto: mer ott 26, 2022 7:24 pm ciao @Adel J. Pellitteri .  Vedo se riesco a darti un commento degno come si conviene. :D

Grazie bestseller2020 ti rispondo qui, mi viene più facile

 Da galassie remote
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Qui già apri al mistero che rimarrà per sempre "un mistero impossibile da svelare".  Per noi, parlare della nostra galassia, è come se un cieco parlasse del suo condominio. Sono termini di grandezza irraggiungibili al solo pensare. Solo uscire dal nostro sistema solare ci vogliono risorse e tempo che non abbiamo. Figuriamoci se parliamo di galassia! Addirittura tu parli di galassie remote: quindi,  siamo nell'ordine di 150.000 miliardi di anni luce.
Ti rendi conto su cosa dobbiamo confrontarci? Eppure, ci meravigliamo quando un simpatico vecchietto ci dice di avere 98/100 anni. Come siamo fuori dal tempo, noi esseri umani. Esatto, è impressionante. Io dico sempre che se avessimo la reale percezione dell'infinito che ci circonda soffriremmo tutti di vertigini.
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Io sono
Universo, umanità, vita
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Ho letto i commenti che già ti hanno fatto e le tue risposte. Come dicevo sopra, ritenere l'uomo "Dio delle galassie" è proprio un azzardo. Semmai,  posso concedere, all'uomo, il primato: anch'esso da provare, della sua unicità di essere vivente. Dico, da provare, perché potrebbero esistere specie umane, talmente evolute, da farci apparire agli occhi loro, come una sottospecie. Un Dio delle galassie è ciò che crede l'uomo crede di essere. "Io sono" e la ripetizione di "sono" ad ogni verso rimandano alla sua presunzione (almeno questo era il mio intento)
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Sono
L’epoca memorabile e felice.
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Questa frase mi pare fuori contesto. Magari per te ha un significato recondito. Io la trovo una sorta di autoproclamazione umana che alla luce della realtà, naufraga miseramente. Non volevo dare un significato recondito  :sorrisoidiota: (ahimè le poesie sono zeppe di significati reconditi). Penso che l'uomo abbia costruito, tra una guerra e l'altra, le sue epoche felici (memorabili sono quelle delle nuove invenzioni, felici quelle delle conquiste civili e del benessere per tutti – o quasi).

Sono
Voce, creatività, coraggio.
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Qui mi trovi  d'accordo. Sono tutte caratteristiche che non esistono in altre forme di vita.
Ma tutto è relativo: come diceva Einstein. L'ape è più intelligente del lombrico. La volpe più del cane. L'avvocato più del suo cliente. L'uomo più del suo cavallo. Ci vuole veramente poco per dire che nell'universo vi è chi è più intelligente di noi. Ok, questa è andata:love:
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Sono
Preziosità del tempo.
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Questa non la condivido per questioni tecniche. Il tempo è prezioso per chi non ne ha! Per noi è prezioso perché la nostra vita è simile al battere d'ali di una farfalla. Ma se tu citi l'uomo come una divinità, devo rendermi conto che noi non abbiamo nessuna influenza sul tempo. Questa frase, quindi, te la devo cassare... :asd: Noooo :D . Qui non intendevo dire che fosse prezioso il tempo ma che fossi Io (cioè l'uomo) a rendere prezioso il tempo  (senza di me il tempo non sarebbe nulla, non esisterebbe), mentre io lo rendo prezioso con la mia vita (le mie scoperte, la mia evoluzione).
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Sono
Guerra, bomba, cratere.
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Qui concordo. Tu stessa affermi di aver voluto far entrare tutto in questo "Mondo universalistico umano". Siamo anche queste cose: purtroppo. Ok, anche questa è andata. (y)
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Un Dio proveniente
da galassie remote
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Potrei aggiungere a questa frase: "finito sulla terra affinché si converta, e realizzi quanto è fuori luogo questo suo modo di vivere?
Per fortuna, noi umani possiamo campare solo cent'anni, nelle più rosee delle previsioni.  Se il buon Dio ci avesse lasciato il dono della vita eterna, l'Universo noi lo avremmo già distrutto un milione di volte. Quanto è saggio Dio. Ciao e arrivederci.. :sss:  Non la vedo come te, Dio, purtroppo, ci ha fatto immortali non tanto nel singolo uomo quanto nel rigenerarsi perpetuo dell'umanità, e ad uccire il pianeta ci stiamo già riuscendo; ora puntiamo dritti sul cosmo e vedrai, se non arriviamo prima all'autodistruzione, insozzeremo anche quello. Ma non disperiamo, c'è sempre tempo a redimersi.
Grazie per questo articolatissimo commento, mi hai dato l'opportunità di chiarire altro. Le poesie sono sempre interpretabili secondo il proprio sentire e ti ringrazio per tutto il tempo che mi hai dedicato.   :disco: Spero che le mie risposte non ti risultino puntigliose, per me è stato un bel dialogare. Ho compreso benissimo il tuo punto di vista e l'ho apprezzato così come quello di tutti i lettori. È bello rileggere i propri scritti attraverso gli occhi degli altri, è una crescita, un affinamento.

Ciao e a presto

Re: [CP8] Da galassie remote

8
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 am
Io sono
Universo, umanità, vita

Sono
L’epoca memorabile e felice.

Sono
Voce, creatività, coraggio.

Sono
Preziosità del tempo.

Sono
Guerra, bomba, cratere.

Un Dio proveniente
da galassie remote
@Adel J. Pellitteri

Carissima, come la scorsa volta, hai estrapolato dal testo scelto dei versi compiuti, dal significato complesso e molto interessante.
Una poesia complessa, a mio parere, perché rimanda sia alla corrente letteraria del Futurismo, che con vigore ed entusiasmo proietta l'Uomo Nuovo verso il futuro (ma esalta anche la guerra e la distruzione del passato), sia alla difficile dottrina di Protagora dell’homo mensura, l’idea cioè che "l’uomo è misura di tutte le cose". Per Platone e Aristotele la dottrina di Protagora rappresentava il manifesto del relativismo e veniva respinta perché implicava l'esistenza di solo ciò che è percepibile coi sensi, vale a dire che se non ci fosse colui "che percepisce", non esisterebbe neppure "il percepito". Ciò era una specie di sacrilegio. Non è l'uomo, si ribatteva pertanto, ma Dio "la misura di tutte le cose". 
E qui arrivo alla tua poesia: ci fu chi, come Niccolò Cusano, negò il nichilismo di Protagora, osservando che se viene meno la conoscenza dei sensi viene meno anche la possibilità di conoscere "sensibilmente", per l'appunto, la gloria dell’intelletto divino. L’uomo dunque, proprio in quanto "misura di tutte le cose", riesce ad arrivare alla conoscenza di Dio.
Grazie per queste riflessioni che mi hai portato a fare, un abbraccio. 
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Re: [CP8] Da galassie remote

9
Come ho già spiegato più volte, sono capitato qui per caso e non sono in grado di commentare poesie; ciò nonostante mi sento in dovere di provare a spendere due parole su quella che ho apprezzato più di tutte in questo contest.
Dirò sicuramente delle stupidaggini @Adel J. Pellitteri, ma tu apprezza almeno lo sforzo  :bandiera: .

Mi è piaciuta la ripetitività di quel "sono" che apre le strofe e conferisce musicalità al testo (l'unica cosa che sono in grado di valutare almeno un po'). C'è un chiaro riferimento religioso nell'incipit e mi sono detto inizialmente che quell'io si riferisca direttamente a Dio; seguono infatti una serie di visioni felici e positive (bellissima "la preziosità del tempo"), poi arriva all'improvviso un verso, quello che più ho amato, a rovesciare drasticamente  la visione: sono/ guerra, bomba, cratere.
Mi sono chiesto a quel punto se il Dio della chiusa, proveniente da galassie remote, non fosse invece l'uomo, ma non occorre che me lo spieghi, anzi preferisco proprio che tu non lo faccia: non mi sono mai piaciute le spiegazioni delle poesie, perché ho sempre pensato che il lettore le deve recepire secondo la propria sensibilità, indipendentemente dal pensiero dell'autore.

Sappi comunque che la tua poesia mi è piaciuta molto.

 
https://www.facebook.com/nucciarelli.ma ... scrittore/
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Re: [CP8] Da galassie remote

10
Ciao Adel! La tua poesia è molto efficace, perché senza chissà quali artifici, orpelli o giri di parole arriva a comunicare quello che è nelle sue intenzioni. Hai scelto le parole con precisione e ognuna è una faccia di questo caleidoscopico "Dio" che forse è l'umanità intera. Anzi, tolgo il forse, ce lo dici proprio che 
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 amIo sono
Universo, umanità, vita
e in questa luce i versi assumono ancora più valore, in questo gioco tra Dio e Uomo...
Molto belli questi versi, quasi in antitesi:
Adel J. Pellitteri ha scritto: lun ott 24, 2022 10:49 amSono
Preziosità del tempo.

Sono
Guerra, bomba, cratere.
La guerra, le bombe, la devastazione da un lato richiamano a un Dio biblico potente e vendicativo, dall'altro alla naturale propensione all'autodistruzione dell'uomo.
Complimenti, un componimento notevole!

Re: [CP8] Da galassie remote

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Poeta Zaza ha scritto: mer ott 26, 2022 6:08 pm
Come sempre, scorgo una sensibilità poetica che percorre i versi, che ne cura l'enfasi, specie nella conclusione. Brava!
Grazie infinite per l'apprezzamento. 
Una volta ad un concorso di poesia e narrativa ( io partecipavo per la narrativa) uno dei  guidici finita la premiazione concluse il suo intervento dicendo "Voi scrivete poesie, ma sappiate che poeti ne nascono uno o due ogni centi anni. La platea raggelò, mentre io da allora ho smesso di sentirmi poeta.  <3

Re: [CP8] Da galassie remote

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Adel J. Pellitteri ha scritto: ven ott 28, 2022 7:55 pm Grazie infinite per l'apprezzamento. 
Una volta ad un concorso di poesia e narrativa ( io partecipavo per la narrativa) uno dei  guidici finita la premiazione concluse il suo intervento dicendo "Voi scrivete poesie, ma sappiate che poeti ne nascono uno o due ogni centi anni. La platea raggelò, mentre io da allora ho smesso di sentirmi poeta.  <3
Secondo me sbagli. Non si tratta di sentirsi grandi poeti, ma... semplicemente... poeti.
Come c'è cuoco e cuoco, come c'è sarto e sarto, c'è chi, da semplice poeta, è attraversato, nei suoi scritti, da una sensibilità che altri gli riconoscono.
Così è per te, cara @Adel J. Pellitteri  <3
Di sabbia e catrame è la vita:
o scorre o si lega alle dita.


Poeta con te - Tre spunti di versi

Re: [CP8] Da galassie remote

14
Joyopi ha scritto: ven ott 28, 2022 7:19 pm Ciao Adel! La tua poesia è molto efficace, perché senza chissà quali artifici, orpelli o giri di parole arriva a comunicare quello che è nelle sue intenzioni. Hai scelto le parole con precisione e ognuna è una faccia di questo caleidoscopico "Dio" che forse è l'umanità intera. Anzi, tolgo il forse, ce lo dici proprio che 

e in questa luce i versi assumono ancora più valore, in questo gioco tra Dio e Uomo...
Molto belli questi versi, quasi in antitesi:

La guerra, le bombe, la devastazione da un lato richiamano a un Dio biblico potente e vendicativo, dall'altro alla naturale propensione all'autodistruzione dell'uomo.
Complimenti, un componimento notevole!
@Joyopi sono davvero stupita dai vostri consensi, grazie, grazie, grazie. Le tracce sono state di una difficoltà estrema, non davano grande spazio  hum... cioè ... anzi ci obbligavano a muoverci categoricamente nello spazio senza potere andare oltre.  :D

Re: [CP8] Da galassie remote

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Marcello ha scritto: ven ott 28, 2022 6:20 pm Come ho già spiegato più volte, sono capitato qui per caso e non sono in grado di commentare poesie; ciò nonostante mi sento in dovere di provare a spendere due parole su quella che ho apprezzato più di tutte in questo contest.
Dirò sicuramente delle stupidaggini @Adel J. Pellitteri, ma tu apprezza almeno lo sforzo  :bandiera: .

Mi è piaciuta la ripetitività di quel "sono" che apre le strofe e conferisce musicalità al testo (l'unica cosa che sono in grado di valutare almeno un po'). C'è un chiaro riferimento religioso nell'incipit e mi sono detto inizialmente che quell'io si riferiva direttamente a Dio; seguono infatti una serie di visioni felici e positive (bellissima "la preziosità del tempo"), poi arriva all'improvviso un verso, quello che più ho amato, a rovesciare drasticamente  la visione: sono/ guerra, bomba, cratere.
Mi sono chiesto a quel punto se il Dio della chiusa, proveniente da galassie remote, non fosse invece l'uomo, ma non occorre che me lo spieghi, anzi preferisco proprio che tu non lo faccia: non mi sono mai piaciute le spiegazioni delle poesie, perché ho sempre pensato che il lettore le deve recepire secondo la propria sensibilità, indipendentemente dal pensiero dell'autore.

Sappi comunque che la tua poesia mi è piaciuta molto.

 
Per uno che non sa commentare poesie mi sa che hai buttato giù un ottimo commento, e mi riferisco all'analisi del contenuto. non all'apprezzamento che, ovviamente, ho gradito moltissimo.  :rosa:

Re: [CP8] Da galassie remote

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Ciao @Adel J. Pellitteri 
 
Delle galassie e degli universi non riesco a capacitarmi e nemmeno a fidarmi. Per me non sono concetti rassicuranti in quanto concetti scientifici, matematici, umani. Dimostrabili in formule, ma non come realtà, come vita da vivere, anche in via ipotetica. Un uomo permeato di scienza, di onnipotenza, può credere e far credere di essere al centro dell’attenzione, dell’universo, e autoproclamarsi quello che vuole, anche sostituto di Dio o direttamente Dio.
Un altro uomo che crederà solo nel potere dei suoi passi e della sua forza, che vedrà solo l’infinito palese davanti ai suoi occhi per quanto apparentemente irraggiungibile, perché gli è stato inconsciamente, materialmente, scientemente proibito di farlo, sotto infinite forme di mielosa protezione, vedrà solo la limitatezza del potere umano e di chi lo rappresenta. Uomini materiali e pragmatici all’apparenza, ma molto più spirituali in verità, perché hanno capito, uomini dall’animo ancora puro lo sanno, che è inutile spargere concetti di altre galassie ignorando il “semplice” infinito, la Terra su cui poggiamo i piedi.
Certamente il concetto di Dio è infinito ma non aiuta la sua molteplice lontananza bensì l’analisi, il giudizio nei confronti di chi ci ha discostato da lui dicendo che è lontano e poiché in apparenza non partecipa alle nostre vite chi ci ha discostato da lui ha preteso di sostituirsi a lui. La maggior parte degli uomini si sono accontentati di questi assiomi, vivendo una ben misera vita.
Potrebbe essere il canto di una umanità irrimediabilmente malata di grandezza, prevaricazione e orrore, che ha rifiutato di capire l’elementare concetto di Dio in quanto Architetto e venerando solo i suoi mattoni, dopo averne cambiato disposizione, generando amore, odio, guerra, morte, fingendo di ignorare che cambiando l’architettura del mondo la  costruzione non avrebbe più risposto al suo concetto primigenio. Incolpando Dio e permettendo alla follia umana di mettersi al suo posto.

Re: [CP8] Da galassie remote

17
@Adel J. Pellitteri 

Ciao Adelaide. 
L'uomo che si crede Dio o forse l'uomo rassegnato all'idea di essere solo nell'universo e in questa vita?
D'altra parte l'uomo ha mosso guerra da sempre e lanciato bombe fin dal primo momento in cui le ha realizzate, e lo ha fatto anche e soprattutto nel nome di Dio, quindi è probabile che l'aggressività e l'istinto di prevaricazione siano elementi a lui connaturati. Anche le civiltà più a contatto con la natura non si facevano scrupolo di combattersi le une contro le altre.
Forse "guerra, bomba e cratere" sono parole calate come un colpo d'accetta, ma sono anche quelle attorno alle quali si sono focalizzati i commenti (o meglio, il loro accostamento agli altri versi). A mio avviso le hai collocate bene, e cioè prima di quei versi finali che lasciano percepire il soggetto come un'entità aliena di cui temere la venuta, come di qualsiasi entità complessa di cui non si riesce mai a farsi un'idea definitiva.
Ottimo lavoro. Ciao.  :super:
https://junionpan66.wixsite.com/in-out
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