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Racconto originale: viewtopic.php?p=37696#p37696
Editor: Erika Casali @Kikki 

La soffitta

«Anche no» rispondo in fretta, mentre provo di nuovo con il refresh dei messaggi.
Niente da fare, la schermata di Telegram è sempre bloccata, proprio come Discord e Instagram. 
L’ultimo messaggio di TG, risalente ormai a mezz’ora fa, recita: “Ma Ulde è morto???
Sì, praticamente sono morto, in questo paesino di campagna abbandonato da dio, dove il cellulare non prende e continuo a non trovare alcuna rete Wi-Fi. Oltretutto ho finito i giga e sono senza soldi, come Satispay mi ha già fatto notare. Quei tristi arricchiti dei miei genitori hanno deciso di tagliarmi i fondi, dopo la pagella del secondo trimestre. 
E ora, dopo il colloquio con gli insegnanti, siamo arrivati alla reclusione.
«Sei sicuro che non vuoi la limonata?» chiede di nuovo il mio carceriere, nella persona di mia nonna.
«Sicuro, proprio come due minuti fa.»
Lei non reagisce. Non so quanto fosse d’accordo sulla decisione dei miei genitori che io stia qui da lei durante il ponte per “portarmi avanti con gli studi” (per dirla come il maschio triste che, secondo l’anagrafe e la genetica, è mio padre). Ma i miei genitori non si prendono il disturbo di farmi da carcerieri personalmente; non possono certo rinunciare ai loro aperitivi gourmet a Milano e alle loro cene esclusive. Se scoprissero qual è il ristorante con la cucina migliore al mondo, ma non fosse abbastanza cool, sono certo che non ci metterebbero piede. Preferirebbero fare la fame pagando il triplo nel ristorante vicino, super chic e approvato dai loro amici.
La nonna mi fissa, senza dire altro. Torno a guardare il mio cellulare, scorrendo a caso le vecchie conversazioni per fingermi impegnato. È evidente che non sto studiando, ma non può certo costringermi. 
E poi, se anche non venissi ammesso alla maturità, sarebbe così un dramma? Per i miei sì, probabilmente. I tristi arricchiti non sopportano di avere figli scansafatiche, che non si diplomano e non diventano professionisti di successo.
Ma Ulde è morto???” continua a chiedere l’ultimo messaggio.
Ulderico. Quanto odio questo nome assurdo che mi sono trovato addosso. Appioppare ai figli nomi in stile nobiltà decaduta è un’altra tendenza tipica dei tristi arricchiti, che si sentono superiori alle masse per via del loro studio di avvocati in una cittadina di provincia. Ho cercato a lungo di farmi chiamare “Rico” dai miei amici. Oltre a dare l’impressione che io abbia un nome normale tipo “Federico”, è anche il nome di un personaggio di Game of Thrones — uno minore, ma meglio di niente.
Ovviamente, il diminutivo che ha preso piede è stato “Ulde”.
«Non puoi stare sul divano tutto il giorno, gioia» dice la carceriera, scuotendo il capo.
E questo chi l’avrebbe deciso, dio? E poi perché mi chiama gioia? Che nome stupido è?
Sbuffo e torno a fingere che sia possibile fare qualcosa con il mio cellulare. I miei amici avranno già scritto intere enciclopedie su TG, dall’ultima volta che ho eseguito l’accesso.
«Sto sistemando la soffitta» mi informa la carceriera. «Vieni ad aiutarmi.»
«Non posso, nonna.»
 Lei storce il naso. «Hai molto da studiare, vedo.»
Sbuffo e mi abbandono sul divano che puzza di vecchio. Mi guardo intorno in quel salotto deprimente, tutto tovagliette all’uncinetto e librerie con le antine a vetri. Sugli scaffali gli stessi libri di storia che affollano le librerie di casa mia. 
Ricordo che da piccolo provavo stima per i miei genitori, che avevano letto tutti quei libri. Poi però avevo scoperto che in realtà non ne avevano mai aperto nemmeno uno. E perché ce li avete, allora? avevo chiesto. Fanno arredamento, era stata la risposta di mia madre, neanche fossero dei vetri di Murano.
Refresh. Ricerca reti wi-fi. Possibile che da queste parti non usino nemmeno Netflix? Refresh.
«Dai, gioia, alzati. Non costringermi a chiamare tua madre.»
Niente internet qui, ma il telefono funziona perfettamente… la legge di Murphy all’opera! 
Mi alzo con uno sbuffo il più possibile marcato. La seguo su per le scale, senza dire nulla, ed esprimo il mio disappunto sospirando e strisciando i piedi. Al piano di sopra c’è una scala a pioli che ci porta in soffitta attraverso una botola da film horror: finalmente c’è qualcosa che mi piace, in questa casa!
Quassù è una nuvola di polvere. Valuto brevemente di fingermi allergico, ma purtroppo mia nonna non è affatto rimbambita. Si ricorda tutto, la vecchia, e io non sono mai stato allergico a niente.
La soffitta ha il tetto spiovente con travi di legno a vista, il pavimento di parquet opaco, scatoloni e bauli, ragnatele negli angoli. È bella in maniera irreale. Se la vedessi in un film horror penserei che sembra finta.
La nonna apre un baule e inizia a tirar fuori delle scatole di cartone, su cui campeggiano scritte a penna nella sua grafia arzigogolata. Alcune hanno nomi di persona, altre nomi di oggetti.
“Tazze servizio vecchio”, “Album da disegno”, “Tende zia Cristina”, “Cornici”, e poi “Chiara” (mia mamma), “Sveva” (mia sorella) e “Franco” (mio nonno). 
Salta fuori anche “Ulderico” e con un sospiro contemplo nuovamente la bruttezza del mio nome.
«Perché mai devi risistemare?» le chiedo. Non ha senso: è tutto ordinato e perfettamente catalogato, in questa soffitta.
«Sai, tua mamma non terrà tutto quello che le lascerò, e preferisco scegliere io cosa è meglio tenere, o buttare.»
Perché all’improvviso parla di eredità? 
«Sei malata, nonna?»
Lei scuote il capo. «I soliti acciacchi.»
«E allora perché parli di cosa lasciare alla mamma?»
Lei abbassa lo sguardo. «Per tenermi pronta. Sai, come dice tua mamma, non si sa per quanto potrò gestire questa casa, da sola…»
«Vogliono mandarti in ospizio!»
«Casa Serena» risponde a bassa voce.
«Ma da quando?»
«Per ora non è stato deciso niente, quindi non preoccuparti, gioia. Piuttosto, aiutami a svuotare l’altro baule.»
È di legno, con le maniglie di metallo annerito ai lati. C’è una serratura, ma non è chiusa. Sollevo il coperchio di legno. È pesante e oppone un po’ di resistenza.
Libri. Decine e decine di libri con i dorsi di cuoio dai colori scuri, su cui sono impresse scritte dorate. Sanno di polvere e di umidità.
“Il Rinascimento”, “De bello gallico”, “Storia del Medioevo italiano”, “L’800 inglese”, “Storia romana”.
 «Non ti bastavano i libri che hai giù?» le chiedo, sollevando un volume dalla costina bordeaux. C’è uno stile, un’eleganza inarrivabile in questi libri del secolo scorso. L’imperfezione della stampa sul cuoio, i caratteri tipografici con le grazie, dal sapore antico.
«Li terrei tutti nella libreria, se potessi, ma non ce ne stanno altri, purtroppo.»
Sbuffo. Tanto chi viene mai a trovarla, per far bella mostra dei suoi libri mai letti?
“Sparta — dalla storia al mito” si chiama il libro che tengo in mano.
Lo sfoglio lentamente, mentre la nonna continua a darsi da fare con le sue scatole. Alcune pagine sono stropicciate, arricciate. Molte pagine, a dire il vero. La costina è solcata da diverse pieghe, alcune leggere, altre marcate. 
«L’hai comprato usato?» le chiedo, appoggiando il libro per terra, ma con attenzione.
«Non compro mai libri usati.»
«È stato letto.»
Lei mi guarda perplessa. «L’ho letto io.»
Mi vergogno un po’ per la mia uscita. «Credevo che… Anche i miei hanno dei libri come questo, ma non ne hanno letto nessuno.»
«Perché li ho letti tutti io.»
Alzo lo sguardo. «Tutti? Tutti tutti?»
«Beh, quasi» ammette lei. «A volte qualche pagina l’ho saltata, quando ci sono troppe citazioni, trascrizioni di atti, o… cose così.»
«Come mai quei libri sono a casa dei miei, se sono tuoi?»
«Qui tutti non ci stanno e, beh, fanno arredamento
Il suo tono è vergognoso e dispiaciuto. I libri non andrebbero trattati come li tratta sua figlia, e lei lo sa.
«Tra casa tua e casa mia , ci saranno, non so… duecento libri? Tutti di storia?»
«Sì, tutti di storia» conferma lei.
«Perché?»
La nonna sospira. «Avrei voluto andare avanti a studiare, dopo le magistrali. Ma a quei tempi non si spendevano soldi per far studiare le ragazze.»
«Volevi studiare storia all’università.»
Lei annuisce. «Ero così triste, all’inizio. Poi ho pensato che, anche se potevano impedirmi di iscrivermi all’università, non potevano impedirmi di studiare.»
«E hai iniziato a leggere libri.»
«Sì.»
«C’è di tutto, qui. Dai Babilonesi alla seconda guerra mondiale!»
La nonna alza le spalle. «A me interessa tutto.»
Tiro fuori un altro libro. Si chiama “La Rivoluzione russa”. Apro la copertina e un vecchio tascabile scivola giù, rimbalzando sul pavimento.
«Perché c’è un libro per bambini, qui dentro?»
«Quale libro per bambini?» chiede lei, perplessa.
«Questo. La fattoria degli animali
Mia nonna scoppia a ridere.
«Ma non vi insegnano più nulla, a scuola?»
«Perché?»
La nonna scuote il capo. «Conosci il Grande Fratello?» chiede. «Non la trasmissione TV» si affretta ad aggiungere.
Molto vagamente, in realtà, ma decido di annuire.
«Lo stesso autore ha scritto quest’altro libro, in cui gli animali della fattoria fanno la rivoluzione.»
«Vogliono più mangime?» chiedo ridacchiando. 
«No. Vogliono più giustizia sociale. E credono che, se si governeranno da soli, potranno ottenerla.»
«Ci sta.»
«Sono i maiali a prendere il comando della rivoluzione, alla fine.»
«La rivoluzione riesce?»
Lei annuisce. «Purtroppo sì.»
«Perché purtroppo?»
«Alla fine, gli animali della fattoria portano avanti la stessa vita di prima, quando erano governati dagli uomini. Tranne i maiali. Nell’ultima scena, i maiali stanno seduti davanti a una tavola imbandita, a bere nei bicchieri e mangiare con forchetta e coltello.»
Sono colpito da quell’immagine, forte e affascinante. 
«È una metafora della rivoluzione russa» spiega la nonna.
La parola “metafora” mi riporta alla mente noiosi e infiniti commenti del testo, subiti durante le ore di italiano. 
Eppure questa metafora è… perfetta. Chiara, semplice, luminosa. Bella come solo la verità sa essere.
«Vuol dire che…»
Lei non mi risponde, non completa la mia frase. Aspetta che io ci arrivi da solo.
Sorrido. «Che quelli che hanno guidato la rivoluzione… alla fine sono diventati come quelli di prima!»
«Esatto» risponde semplicemente lei, mentre torna da armeggiare con le sue scatole.
Ne apre una, che contiene decine di fotografie antiche.
«Quella sei tu?» le chiedo.
Annuisce con un mezzo sorriso.
«Eri bellissima!»
Lei si schermisce. «Non direi. Ma ero giovane, e da giovani siamo tutti più belli.»
Guardiamo insieme le vecchie foto di famiglia, ridendo e commentando, poi finisco di tirare fuori tutti i libri dal baule.
Si è fatta sera, la luce che proviene dall’abbaino è sempre più debole e sfumata.
«Per oggi è meglio smettere» dice la nonna.
Sento una vibrazione nella tasca. Tiro fuori il mio telefono, dove decine, se non centinaia di messaggi sono arrivati tutti insieme.
«Ulderico» mi chiama la nonna.
«Sì?» chiedo distrattamente. Nel gruppo TG si parla di andare in piscina da Anto.
«Guardami.»
La guardo.
«Non sei costretto a studiare se non vuoi. Solo, non smettere di studiare per punire i tuoi genitori. Sei solo tu che ci perdi, alla fine.»
La nonna non dice altro, e scende la scale.
Io resto lì, con il mio telefono in mano, bloccato a metà di un movimento come se fossi vittima di un incantesimo.
Dopo un po’, non saprei dire quanto, infilo il telefono in tasca e scendo al piano terra.
Mi faccio largo tra il mio borsone ancora intatto e lo zaino con i libri di scuola, entrambi buttati per terra sul tappeto persiano, poi mi siedo sul divano.
Ripenso alla Fattoria degli animali, al commento della nonna, che a scuola non ci insegnano più nulla. Ma lei stessa sa che non è davvero così. Probabilmente, la prof l’aveva spiegato eccome. Ero io a non aver ascoltato. 
Ma non per disinteresse. Per ripicca verso i miei genitori che sembrano tenerci di più ai miei studi e alla mia futura carriera che a me.
Apro lo zaino quasi in trance, e scavando tiro fuori il libro di storia.
Cerco il capitolo che si chiama “la Rivoluzione russa”.
Semplicemente, inizio a leggere. Senza chiedermi su quale argomento potrei essere interrogato, senza cercare disperatamente di memorizzare le date. Leggo e basta.
Non so quanto tempo sia passato, quando la nonna viene a chiamarmi. Da quando è diventato così bello, leggere?
«È pronto» annuncia lei.
Guardo l’ora e resto stupito. Sono le 21.00. Lei di solito cena alle 19.30, al massimo.
«Come mai mangiamo così tardi?» le chiedo.
«Non volevo disturbarti, gioia.»
Sorrido. Mi alzo in piedi e mi stiracchio.
«Nonna, posso chiederti una cosa?»
«Certo.»
«Perché mi chiami sempre gioia?»
Lei arrossisce. «Perché non mi piace il nome Ulderico.»
Scoppiamo a ridere insieme, io la mia carceriera, mentre il mio cellulare vibra sotto al libro di storia.
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