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Re: [N20-3] Il richiamo

Bene, vi ho letto tutti e ora non mi resta che ringraziare @paolasenzalai @bestseller2020 @Monica @Almissima @Indaco McInd @Loscrittoreincolore
Grazie a tutti per i vostri commenti e per aver speso il vostro tempo per noi :romance-grouphug:

Re: [N20-3] Il richiamo

Cito l'incipit perché l'ho trovato davvero molto bello.
Grazie @Bef Adesso piace di più anche a me!
“è alto, e non ha i tratti somatici fuorilegge degli ebrei.”
questa invece la cito perché secondo me è ambigua. Anche considerando per buono lo stereotipo di un insieme di "tratti somatici della razza ebrea" non mi pare che la taglia ridotta ne abbia mai fatto parte, sì? Quindi mettere le due frasi insieme unite da una virgola mi sembra fuorviante, come se essere bassi fosse un tratto distintivo dell'essere ebreo.
Io dico un’altra cosa. Oltre ad essere alto, non ha i tratti tipici di un ebreo.
Il fatto che sia anche un gigante di stazza è una caratteristica in più per sperare di passare inosservato. Inoltre, ce ne sono di storie di gente che all’epoca ha provato ad avvantaggiarsi della propria fortunata costituzione fisica per confondersi tra i non ebrei.

Trovo l'idea del racconto buona, bella anche l'idea del bambino "veggente" o quasi, che vede il presente orribile, anche quello che si cerca di nascondergli e il proprio futuro d'atleta. Bello il finale, in cui invece di farsi vincere dalla disperazione lotta per vivere.
Per questo motivo, ho inserito l’ultima visione dove vede se stesso che taglia un traguardo.
Quello che trovo non del tutto riuscito è la narrazione: ci sono lunghi passaggi che potrebbero essere più snelli perché ripetono cose già dette o comunque deducibili dal contesto; mentre invece ci sono cose fondamentali che avvengono in un paio di frasi sbrigative e lasciano il lettore un po' disorientato. (Il padre che riparte appena arrivato, Antonia che capisce subito, non si sa come, che il bambino ha delle visioni e gli dice di essergli affine
Antonia capisce subito perché è stata informata da Anacleto (cui lo ha detto Michele) delle cose strane e orribili che racconta, e sdrammatizza prendendolo amabilmente in giro, dandogli dell’indovino. (Le mani da vecchia non ce le ha ancora).
In generale, Bef. Qui c'è un bambino che parla o ascolta. E, quando ascolta, si aspetta di sentire e frasi che un adulto può rivolgere a un bambino, comprese le ripetizioni, che gli adulti usano spesso per essere sicuri che il bambino capisca.
Quando a parlare è lui, non è che scelga le parole. Come detto a Emy, abbiamo scelto di privilegiare il Pov del bambino, nel racconto. Abbiamo scelto di far risaltare i suoi pensieri, i suoi dubbi, la sua confusione.

il lattaio che sbuca dal nulla mentre arrivano alla casa "della salvezza", questa casa-approdo di cui non si sa nulla...). Insomma, secondo me ci sono parti da snellire e altre che meriterebbero di essere ampliate e rese più vive e immediate per il lettore.
Ho citato questi tre passaggi come esempio, ma ce ne sono altri, di quelli che potrebbero essere snelliti per lasciare spazio a situazioni che restano un po' confuse nella storia. In particolare l'ultimo, che è un discorso concitato, mentre sono accucciati nell'erba, in piena fuga per la vita, dovrebbe essere più breve e concitato anche lui. Così non rende come dovrebbe, secondo me.
Per cui, sì, hai ragione a dire che il lettore resta disorientato.
Possiamo dire che è una visione di parte, oppure una visione parziale, quella che abbiamo scelto di scrivere? Che il padre faccia di tutto non far trapelare la sua ansia al figlio?
Unico appunto di "realismo": non so quanto ricco fosse Anacleto, ma secondo me in quel periodo di "zucchero fino" se ne trovava poco. A meno che non fosse un coltivatore di barbabietole da zucchero mi sembra strano che ne avesse a disposizione a volontà per far dolci, torte o che so io. 5 anche qui, forse sbaglio, vado a reminiscenze).
Circa mezzo chilo ogni tanto, non so se ogni due o tre settimane. A quel tempo c’era la tessera per ritirare i generi di prima necessità. Olio, strutto, farina, zucchero... Mia nonna lo pestava per fare una torta se capitava un’occasione speciale. Era quello lo zucchero fino, e non sprecavano nemmeno quello grezzo tanto facilmente.
Un racconto gradevole che secondo me potrebbe ancora migliorare, insomma
@Poeta Zaza e io ti ringraziamo dell’approfondito commento e delle tue note, che ci hanno aiutato a capire, e sono logiche, il Pov del lettore.
Grazie mille, @Bef :)

Re: [N20-3] Il richiamo

L'incipit è la pura poesia. Mi è piaciuto da matti!
Grazie!@Emy . Anche Zaza mi ha fatto i complimenti.
Le risposte che leggerai sotto al tuo interessante commento sono scritte da me e lei insieme.
“come consapevoli tordi che accettano di fare da richiamo per impaniare i loro simili”
Cosa significa? Probabilmente l'avete spiegato (e qui ci vedo lo zampino di Mariangela), ma non leggendo i commenti, per evitare qualsiasi forma di influenzamento, mi è sfuggito. Ho capito che i vicini li hanno traditi, però mi piace scoprire le nuove espressioni e questa decisamente lo è.
Sì, Emy, vado a copiarti, per far prima, la spiegazione che ha dato in precedenza Mariangela a Gianfranco. I tordi vengono impaniati in una sostanza vischiosa che li imprigiona, o ingabbiati, e col loro canto richiamano i loro simili che così si avvicinano.
Ma qui parliamo, in senso figurato, fantastico, metaforico, di tordi “consapevoli”: “tordi” che ragionano e che provano sensazioni, emozioni. Buone o cattive. Il richiamo del titolo si riferisce, nel racconto, a chi denuncia gli ebrei, a chi li fa impaniare. Ho fatto la similitudine del delatore con un tordo che sa di far del male se usa il richiamo ma lo fa.
Ma si riferisce anche a chi si rifiuta di fare da richiamo.
Per esempio, Anacleto, tordo "buono" e "consapevole", si rifiuta di fare da richiamo (come fanno i tordi consapevoli ma cattivi) e di impaniare Michele e i suoi simili. Si ribella a una legge ingiusta, che spinge di fatto le delazioni, perché ritiene le regole del suo sentire, della sua umanità, più importanti, essenziali.
Un bel racconto, dalle descrizioni poetiche e potenti che rimangono impresse nel lettore. I dialoghi, seppur verosimili, peccano della mancanza di drammaticità, vista la situazione in cui si trovano il padre e il figlio in fuga e le persone che gli stanno aiutando. Troppa poeticità, nel contesto bellico, secondo me è un'arma a doppio taglio e forse andrebbe equilibrata meglio con il resto. Non fraintendetemi: a me piace, credo però che si prende tutta la scena a discapito delle azioni e leggermente distrae il lettore dal fulcro della storia. Un bel racconto, comunque, che ti rimane dentro anche a diverse ore dalla prima lettura.
Tu ci trovi, giustamente, troppa poeticità per un racconto a tema Olocausto o comunque nel contesto bellico. Ma io e Mariangela, volutamente, abbiamo scelto di privilegiare il Pov del bambino, nel racconto. Abbiamo scelto di far risaltare i suoi pensieri, i suoi dubbi, la sua confusione. Lui sa e non sa.
Anche quando abbiamo scelto di far dire, a un certo punto, delle battute pseudo filosofiche da Anacleto e Michele, che Davide sente appena sveglio, è stato perché così gli abbiamo evitato di sentire la drammaticità e la tensione del dialogo incalzante intercorso, in precedenza, circa i pericoli che stavano correndo. Gli facciamo ascoltare dalla porta socchiusa solo l’ultima parte della conversazione.

Re: [N20-3] Il richiamo

Grazie, @Talia , del gradito commento e delle tue osservazioni che, per comodità, riporto qui sotto: :D
Vi premetto che, cosa che non sempre faccio per non farmi condizionare, ho letto i commenti dei lettori che mi hanno preceduta perché a fine racconto avevo la sensazione che mi fosse sfuggito qualcosa.
Innanzitutto non ho trovato "funzionale" all'economia del racconto il fatto che il bambino sognasse i campi di concentramento.
Il bambino non sogna i campi di concentramento, È desto quando li “vede”. Non sono sogni, così come non lo sono le altre “visioni” di Davide inserite nel racconto. Davide ha questa grande sensibilità di ciò che coglie nel suo ambiente, da suo padre e da altri, sensibilità che lo porta, anche inconsciamente, a proiettarsi questi film mentali che vanno molto ma molto vicini alla realtà.
Altra cosa che mi ha lasciato un po' perplessa è come i due vengono prelevati dal ghetto. L'arrivo dell'auto scura, lo scambio di parole d'ordine e l'autista silenzioso mi avevano fatto pensare a una scena di stampo mafioso più che a un modo per aiutarli a nascondersi. Però non ho coniscenze sull'argomento e magari davvero funzionava così quando gli ebrei si rifugiavano da qualcuno.
E poi anche io, come qualcuno vi ha già fatto notare, non ho capito che cosa andasse a fare il padre del bambino con Anacleto: sono in pericolo, si devono nascondere, non mi torna quel passaggio s meno che non sia solo un espediente narrativo per lasciare Davide da solo e far accadere tutti i fatti del seguito.
Michele parla della necessità di cambiare identità al figlio, è di questo che va a occuparsi con il suo amico: deve trovare i documenti falsi per lui e il figlio. :D Hai ragione, Talia, dovevo precisare, magari in un dialogo con Anacleto, che andavano per quello.
Credo che, pur di non farsi scoprire dai fascisti, quei pochi che aiutavano gli ebrei non pensassero al modo più congeniale e se poi il loro modo di agire somigliasse ai gesti di Riina e ai suoi pizzini, beh l’importante era non venire scoperti.
I due non vengono prelevati dal ghetto, non nomino mai il ghetto nel racconto, anzi, loro abitavano i nel quartiere San Lorenzo, (si capisce quando descrivo la veduta dal vetro appannato.)
Storicamente, quando si parla della retata di Roma, si intende che li cercavano dappertutto, non solo nel ghetto romano dove la maggior parte degli ebrei aveva attività e abitazioni. Cominciarono da lì ma la retata era prevista su tutto il territorio e per scovarli sono stati aiutati in molti casi da i vicini di casa.
Nel nostro caso Michele scappa e cerca rifugio da Anacleto dopo l’applicazione delle leggi razziali, (il bambino non può andare a scuola, lui non lavora, e in più deve lasciare la casa perché sa che qualcuno li ha denunciati) molto prima della retata finale.
Il racconto è molto poetico, vi siete dilungate spesso nelle descrizioni e ho ricevuto ls sensazione che vi è piaciuto scriverle (e sono molto belle davvero) ma distraggono e levano suspence, anche perché a volte non sono proprio di immediata comprensione. Sarebbe stato meglio, seppur lasciandole, renderle unpo' più brevi e "facili".
È vero Talia, ci siamo lasciate andare :D . Ci è piaciuto scrivere con vena poetica, un po' di Zazaismo :D mi piaceva sentirlo nel racconto e Zaza ha apprezzato il mio incipit e altri miei flash. Abbiamo uniformato il mio e il suo stile. Scrivere un racconto in due non è stato facile, ma io e Poeta Zaza abbiamo tratto molto da questa esperienza, gratificante e istruttiva. (y)
Per concludere, tenendo conto che questa è solo la mia opinione e, giustamente, vale quel vale, il racconto è supportato da un'idea molto carina ma ci sarebbero alcuni passaggi da rivedere, a volte in termini di forma a volte per il contenuto e la verosimiglianza.
In alcuni passaggi percepivo i contenuti più criptici, ma per non fare i soliti spiegoni ho cercato di descrivere le azioni. Come le scene principali di certi film che si aprono una all’altra. Ma forse ho esagerato.

Re: [N20-3] Il richiamo

Ciao @Silverwillow

Ti devo due precisazioni sulla mia risposta di venerdì.
La nostra storia comincia a gennaio 1943, quando padre e figlio scappano dall'appartamento perché sono stati denunciati dai vicini: Michele, dato anche il suo fisico, era sempre riuscito a spacciarsi per non ebreo. È ben lontano il rastrellamento del ghetto di Roma.
Preciso, in merito alle visioni di Davide, che il bambino ha questa grande sensibilità di ciò che coglie nel suo ambiente, da suo padre e da altri, che lo porta, anche inconsciamente, a proiettarsi questi film mentali che vanno molto ma molto vicini alla realtà.

Re: [N20-3] Il richiamo

Ciao @Silverwillow grazie per la passeggiata che hai fatto nel nostro racconto.
all'inizio ho immaginato che lui fosse all'aperto e fosse un'immagine metaforica,
Sia io che @Poeta Zaza non abbiamo avuto estiazioni nello scrivere questa frase, ma a noi piace molto scrivere poetico. Però se fosse stato all'aperto, per toccare il vetro appannato, avrebbe dato la spalle alla veduta di Roma, e in più forse il vetro non sarebbe appannato. Oppure, io non ho capito la tua immagine.
Mi aspettavo che venisse spiegato in modo razionale, per esempio che qualcuno gli avesse parlato di campi di concentramento e gli fossero rimaste queste immagini impresse, magari anche amplificate dalla fantasia, ma basate su dati reali.
Nel 1943 le notizie sui campi di concentramento arrivavano nel ghetto di roma, anche se pochi volevano crederci, le deportazioni erano già cominciate in altri posti. Il 16 ottobre dello stesso anno, dopo un lungo periodo di malttrattamenti in cui agli ebrei vennero tolti i diritti fondamentali per via delle leggi razziali, ci fu il rastrellamento del ghetto di Roma. La nostra storia comincia in gennaio, quando padre e figlio scappano dall'appartamento perchè dopo essere scampati al rastrellamento sono stati denunciati. Con molta probabilità, Davide ha una sensibiltà diversa da altri bambini, e quello che è arrivato alle sue orecchi dai discorsi dei grandi gli provoca visioni terribili.
Potevo spiegarlo meglio nel racconto, si sicuramente.

Re: [N20-3] Il richiamo

"dissodati"? Però c'erano le stoppie (riga successiva).
@Gianfranco P
Sì, Gianfranco, volevo dire dissodati, ma le stoppie restavano èh e creavano impiccio. Però dico questo per esperienza personale. (Non conosco i metodi di aratura e eliminazione delle stoppie.) Davanti casa mia c'è un campo dove coltivano foraggio per animali. Nei miei ricordi da bambina ho riesumato una corsa in quel campo appena arato e le radici, la paglia, le zolle erano tutte rivoltate.

[N20-3] Il richiamo

Pacco nr 8 - Traccia di pan di zenzero: prendete la prima frase di un racconto dell'Officina di Costruttori di Mondi e fatene l'incipit del vostro racconto.
Frase estratta dal racconto di: @Silverwillow Il sorriso della pioggia.

Link: viewtopic.php?f=8&t=170
Scritto in partecipazione con @Poeta Zaza


Il richiamo



Roma, gennaio 1943

Scroscia nelle piazze, striscia a raccogliersi nei vicoli sporchi.

Dietro gli anfratti, nei posti più oscuri dell’animo, la paura si tocca, si testa a colpi di vigliaccheria, di parole e gesti inumani.
Davide tocca con il dito i vetri appannati sopra i tetti di Roma. Alle sei del mattino, la cupola della basilica di San Lorenzo è un tortino di panna dietro ai fumi del suo fiato. Un ritorno strano di recenti immagini allegre, di vacanze estive, e giochi spensierati si sbriciolano in polvere. Da un grigio sfocato, prendono forma immagini assurde di luoghi sconosciuti, non distingue né il posto né le persone che lo guardano assenti. Muove il dito sulle scie della condensa, sembrano recinti di filo spinato; si specchiano dietro al vetro e lo guardano mille visi scheletrici che si dissolvono in fumo, non appena suo padre lo chiama.
- Davide, svelto, dobbiamo andare!
Gliel’ha spiegato bene. Davide ricorda il discorso di suo padre parola per parola. Le spalle chine, gli occhi smarriti per le visioni che non lo lasciano in pace e la valigia con poche cose che gli è permesso portare, si muove a malincuore. Indossa il cappotto e va verso il genitore che lo aspetta sulla porta dell’appartamento.
- Dove andremo, papà?
- Metti bene in vista la stella, Davide! Stammi dietro e non parlare.
Davide sgambetta sul marciapiede dietro a suo padre. Il signor Michele Levi ha passi da gigante; è alto, e non ha i tratti somatici fuorilegge degli ebrei.
I vicini, come consapevoli tordi che accettano di fare da richiamo per impaniare i loro simili, li hanno traditi. Quel giorno si era fatto scuro in pieno sole e in un attimo non avevano più nulla: né casa né lavoro né diritto alcuno. Padre e figlio Imboccano a passo svelto la via Tiburtina. All’ombra delle mura del Verano, protetti dai petali e dalle foglie ritagliate dai mazzetti che i fiorai lasciano a terra, i passi non fanno rumore. Davide ha un brivido. Gli balena nella mente un presentimento e una lieve tristezza lo prende. Un’auto nera si ferma di fianco a loro, e un uomo chiede qualcosa che non arriva alle orecchie di Davide.
- È la neve di maggio - risponde suo padre. Il passeggero che siede davanti scende, apre lo sportello e li invita a entrare in macchina, per poi allontanarsi a piedi verso il centro. L’uomo che guida non si scompone, non saluta e riparte immediatamente.
La strada è tortuosa: ai lati, distese d’erba gelata brillano sotto i primi raggi soffusi. Viaggiano da ore. Non sono la fame o i vestiti umidi a far star male Davide, è qualcosa che incombe e che sa di non capire. Sono le immagini che gli tolgono il senso reale delle cose e arrivano violente senza preavviso. Suo padre, che prima rideva e giocava con lui ogni tanto, adesso è lontano, perso in gravi pensieri, e gli sembra che non lo ascolti nemmeno. È colpa di quella stella sul petto che ora gli brucia sul cuore e che per lui non ha il senso che a la legge gli ha dato.
- Papà, perché la nostra stella serve a distinguerci? Da chi dobbiamo essere diversi ora?
- Non preoccuparti, Davide, staremo bene, Anacleto è una brava persona, ci aiuterà, non accadrà mai più nulla di brutto.
Sotto un sole languido, la macchina si arresta lungo l’argine di un canale.
- Scendete, da adesso dovete cavarvela da soli. Costeggiate il corso d’acqua, non seguite la strada. Dopo la prima chiusa, tagliate per i campi; la casa di Anacleto vi sembrerà lontana, ma non ci vorranno più di dieci minuti.
La pianura dell’Agro Pontino gli appare come un miraggio. Nuvole basse all’orizzonte e il profumo di mare sembrano invitarli a scoperte avventurose.
Michele solleva il figlio sopra un muretto.
- Laggiù, vedi? Se si guarda bene, sembra di scorgere la linea dove il mare tocca la terra.
Davide si sforza ma vede solo terra; pronti per la semina della prossima primavera ci sono campi disossati. Si mettono in cammino; solchi profondi e stoppie rendono grevi i passi e camminare é faticoso.
- Davide, guarda, è il podere di Anacleto, riconosco la sua casa! Siamo quasi arrivati, dai!
Sopra l’arco d’ingresso c’è un numero: “Pod. 209”
L’immagine si distorce nella nebbia del pomeriggio che volge alla sera. S’infrange nel cielo una linea che spezza, trasforma. Davide riesce a vedere oltre l’ingresso:
i muri sono di mattoni cotti; nell’aria si sentono odore di carne bruciata e il canto di un disco che suona. Davide ha scarpe pesanti e un sudore gelato. Sente un freddo che scotta le ossa. Davanti, gli sfilano spettri che indossano pigiami a righe e gli mostrano i polsi; numeri blu si incastrano nei rivoli azzurri delle vene. Hanno sul petto una stella a sei punte, camminano e svaniscono nel fumo acre che sale verso il cielo terreo.
Davide arranca, inciampa sui solchi profondi. Suo padre si gira verso di lui si avvede che il figlio sta male; lo prende al volo prima che lui cada a terra.

Nel tinello, Il camino scoppietta vivace. Michele e Anacleto parlano piano.
- Finalmente ora riposa, ma ha qualcosa che non va. È sempre stato un bambino chiuso, ma da quando sua madre ci ha lasciati, è peggiorato. Racconta cose strane, a volte così orribili che…
- Non preoccuparti gli passerà. Sono tempi difficili per tutti. Antonia si occuperà di lui, vedrai che qui starà bene.
- Hai detto alla domestica di non lasciarlo mai solo? Potrebbe capitare di nuovo e noi saremo fuori due giorni.
- L’ho informata. È una donna in gamba, ha cresciuto cinque figli, ne sa qualcosa.
Le lenzuola profumano d’erba, nella stanza illuminata da una candela, Davide si sveglia cullato da voci schermate; la porta socchiusa gli lascia uno spiraglio di sicurezza. Non chiama
non si lamenta: suo padre ha la voce più bella del mondo e lui si gira, tende l’orecchio per ascoltarlo.
- Dicono che ci sono delle regole nate con l’uomo, ma con eccezioni che si accettano supinamente come regolari, quando si forma un gruppo. Ossia: se vuoi far parte del nostro gregge, adeguati al pensiero dominante.
- Certo che lo dicono loro - risponde il suo ospite - ma noi non ci adeguiamo se riteniamo le nostre regole più importanti. È essenziale quello che sentiamo noi. Io non voglio adattarmi a sopravvivere nel guano, quando la mota monta.
I due uomini si abbracciano e si danno la buonanotte.
Davide si riaddormenta, non sa cosa aspettarsi ma è troppo stanco e scosso per stare a pensarci. Le immagini che lo prendono e lo portano via lo lasciano senza forze. L’evanescenza della realtà che cambia lo sfinisce e lo spaventa.
La fame, i rumori sommessi e gli odori in cucina lo svegliano. Ha addosso una camicia pulita e sulle scarpe vicino al letto non c’è traccia del fango rappreso dei solchi. Fa uno sforzo per ricordare, ma gli sembra di aver soltanto sognato quel viaggio. Scende dal letto, apre la porta, non c’è molta luce e l’enorme stanza gli fa un po' paura. Poi la vede: una donna sta pulendo il camino e lui aspetta, fermo sullo stipite . Lei continua a raccogliere cenere e la versa con molta attenzione in un recipiente. Si muove con calma, senza fretta. Sembra non accorgersi di essere osservata, invece lo ha sentito e gli parla senza voltarsi.
- Buongiorno, giovanotto, Hai fame? Ti preparo la colazione. Si alza, si gira verso di lui.
- Sei tu che mi hai pulito le scarpe? Perché nel caso, dovrei ringraziarti.
Lei si strofina le mani sulla gonna - certo! Sono stata io.
- Dov’è mio padre? E lei, chi è?
- Io sono Antonia, mio bel signorino. Lavoro qui!
- Sei molto vecchia? Hai le mani così rovinate...
- Ah, e chi abbiamo qui? Un indovino?
- Che cosa vuoi dire?
- Voglio dire che sei uno che vede le cose, che sa osservare. Anch’io, sai, vedo anche quelle nascoste, che nessuno dovrebbe sapere. Immaginavo che tu, stamattina, saresti stato molto affamato. Per questo ti ho preparato, guarda un po'? Una bella torta con lo zucchero fino. Ci sono le noci dentro. Mangia su, che non ho tempo da perdere.
La torta e il caffelatte, la voce del padre che lo chiama gli danno la sensazione di aver messo una bella distanza tra l’oggi e le ultime brutte cose che ha dovuto sapere e vedere a Roma.
- Una tazza di caffè, signor Michele?
- No, Antonia, ti ringrazio.
- Davide, io devo andare. Ti ricordi cosa ti ho detto? Starò via due giorni, due soltanto e quando tornerò, andremo a trovare Lisetta, ti ricordi di lei vero? Faremo un bel viaggio in treno. Troveremo una nuova casa, ce la faremo vedrai. Intanto, ricorda, non devi muoverti da qui, resta in casa e non uscire mai se non con Antonia. Ah, la stella qui non devi metterla, capito? Qui non siamo più quelli che devono distinguersi, siamo come tutti gli altri.
- Meglio, papà! A me non piace portare la stella sul petto, sai, ieri ho sognato delle persone, avevano una stella sulla giacca del pigiama e un numero scritto sui polsi e avevo tanto freddo.
- Era solo un sogno: non preoccuparti. Qui staremo bene, vedrai. Ora devo chiederti una cosa molto importante. Il tuo nome da oggi è Luca, il mio Alfredo. Fabrizi il cognome. È molto importante, devi mettertelo bene in mente. Noi due siamo uguali in mezzo a tutti gli uomini uguali. Hai capito? Solo Antonia e il signor Anacleto sanno che abbiamo portato la stella sul petto, ma nessun altro deve saperlo. Altrimenti non saremo più al sicuro nemmeno qui.

I tordi vadano a lanciare il loro verso lontano da noi, figlio mio.

- Va bene, ho capito, ma tornerai presto vero?
- Farò prima che potrò, Luca, non preoccuparti.
Davanti agli occhi di Davide, la strada bianca in mezzo ai campi sembra s’inghiotta il furgone con Anacleto e Alfredo, e lui resta a guardare la strada vuota. Antonia si passa una mano sulla fronte e lo chiama.
- Metti il cappotto e vieni con me, dobbiamo sbrigarci.
Nonostante l’aria fredda, lei va a braccia nude col secchio di zinco pieno d’acqua, avanti e indietro dal cortile al pavimento del tinello. Fa veloce le sue faccende con Davide che gli corre appresso per tutta la mattina. Deve fare tutto prima che arrivi l’uomo che ritira il latte dalle stalle (lui non deve vedere il ragazzino).
Il padrone, Anacleto, si è raccomandato: “Portalo di sopra e dagli qualcosa da fare, non deve scendere per nessuna ragione; resta in casa con lui fino a che quel disgraziato non se ne va!

Ci sono tordi consapevoli che si rifiutano di fare da richiamo.

Adesso, Davide, andiamo a giocare di sopra: tu devi stare buono. Tra poco arriverà una persona che non deve vederti. È uno di quelli che vanno a raccontare in giro le cose, uno di quelli vestiti di nero, caro mio. Devi stare molto attento; vieni, andiamo da sopra che ti faccio vedere una cosa.
- Cos’è? Una sorpresa? Mio padre una volta mi regalò un gioco musicale, adesso non so dove sia finito, però…
- Aspetta, stai zitto, mi stanno chiamando?
- Antonia, Antonia scappa, li hanno presi! - La domestica si precipita giù per le scale
- Tu, aspetta qui, non muoverti.
- Antonia, presto, dove sei?
- Anita, cos’è successo?
- Erano appostati vicino il confine, li hanno fermati prima della cantina del Barone:
li hanno portati in caserma. Io ero lì e ho visto tutto, se ti sbrighi puoi salvare il ragazzo, sai già dove portarlo vero?
- Si, Anacleto mi ha informato. - Ho visto Arturo: è andato alla vineria a vantarsi di aver fatto il suo dovere e a ubriacarsi prima di venire a prendere il latte. Ha detto che se trova il ragazzo qui ci pensa lui a portarlo in caserma.
- Starò attenta, Anita, grazie.
Antonia corre in casa, ha una pistola nella sua stanza; passa davanti a Davide che ha sentito ogni cosa. Imbronciato le grida:
- Non voglio venire con te. Mio padre mi ha detto di aspettare qui.
Antonia nasconde la pistola nello scialle e gli grida:
- Davide, ora dobbiamo fuggire, ma torneremo presto te lo giuro, prima che tuo padre ritorni. Siamo in pericolo ora, sbrigati!
Antonia avanti e Davide dietro, a testa bassa, corrono lungo il canale. Fiotti di canne sferzati dal vento li nascondono: la paura sta toccando il suo limite all’apice del canneto che sta per finire.
Tra poco saranno allo scoperto, e se Arturo li sta già cercando li vedrà sicuramente. Antonia si ferma e si accuccia tra la vegetazione, vicino al ragazzo.
- Davide, io so delle tue visioni, so che vedi anche cose orribili quando ti portano via. Devi credermi, succede anche a me ogni tanto, non devi preoccuparti; quello che vedi non è reale, ma solo una delle possibili realtà. Cerca di capire bene: c’è sempre qualcosa a cui aggrapparti quando la paura ti gela, c’è sempre un modo perché il peggio non accada. Oggi, noi non dobbiamo farci prendere da quell’uomo, dobbiamo correre e sparire come lampi. Guarda laggiù, vedi dove c’è quella costruzione? Dobbiamo entrare lì dentro; se tutto è andato bene, là troveremo qualcuno con un’auto. Fuggiremo lontano da qui.
- Ma se andiamo via come farò a rivedere papà? Lui tornerà e non mi troverà!
- No! Ti troverà invece, Anacleto sa dove ti sto portando, lo sa anche Anita e altre persone che ci stanno aiutando. Ti troverà e farete insieme quel viaggio in treno. Va bene?
- Va bene.
Allora sei pronto? Corri come una saetta e non guardarti indietro qualsiasi cosa accada.
Davide corre e guarda avanti. Mentre il sole gli pizzica gli occhi, le zolle di terra si staccano dalle suole e gli rimbalzano sulle gambe. Corre come non ha mai fatto prima; Antonia scompare ma lui non si volta, non la cerca nemmeno con lo sguardo. Vola rapido come il fulmine e il campo diventa solido, compatto sotto i suoi piedi: sta correndo su una strada, ai lati c’è una folla che urla e grida il suo nome. Scorge tra la gente suo padre che esulta e lo saluta con la mano. C’è aria di festa, è felice e sta per tagliare il traguardo, quando... Antonia lo prende per un braccio e lo trascina all’interno della casa diroccata.
- Ma come hai fatto? Sei velocissimo, per un attimo ho pensato che non ti avrei più raggiunto. Che diavolo, se non ti pigliavo al volo chissà dove finivi, e poi avrei dovuto correrti appresso… Sei stato bravo sai? Bravissimo!
- Antonia… - Dimmi!
- Credo di aver visto il mio futuro mentre correvo.
- Davvero? Sei fortunato, vuol dire che riusciamo a uscire da questo guaio.
- Fortunato? Non credo che il marmocchio camperà parecchio! il ragazzo viene con me o finisci pure tu in caserma. - Il lattaio è dietro di loro.
- Arturo! Non avvicinarti! Ho una pistola, guarda che sparo se non lo lasci in pace. Non ne hai ancora abbastanza? Adesso denunci anche i bambini?
- Quali bambini? Quello non è della nostra razza. Deve stare con la sua gente.
- Vattene, Arturo, lasciaci in pace.
- Antonia, lo sai che io non ti farei del male, ma non costringermi: potresti pentirtene.
- Scappa, Davide, corri! E tu non muoverti o ti faccio un buco nella pancia.
Con un salto, il lattaio sorprende la donna e, le torce il braccio; le dita di lui e quelle di lei sono serrate sulla pistola. I muscoli si tendono ma la lotta è già finita. Antonia cede al dolore e la pistola cade con un tonfo nella polvere. Davide, che non si è mosso dal fianco di Antonia, non esita: raccoglie l’arma. "C'è sempre un modo" gli ha detto Antonia.

Prende la mira e spara sicuro.

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